Una casa qualsiasi

(un racconto scritto partendo da alcuni lavori di Vedovamazzei)

Occhi rossi, di quelli che ti sei svegliato troppo presto, gli occhi di Assan.
Due macchine da spostare, per chi deve partire presto la mattina.
Fuori nel parcheggio le 5 di mattina di una notte qualsiasi, di un fine turno qualsiasi, di un autunno qualsiasi. Una macchina ferma ad aspettare, un tipo che si fa lanciare delle chiavi da una finestra, un gatto, un signore anziano con una donna giovane, il suono di qualche lavastrade, e un sacco di marciapiede sotto i piedi.
Assan cerca qualcosa nelle tasche, come un accendino.
Pensa che gli piacerebbe incontrare una donna con la gonna, quando cammini dietro una donna con la gonna, e il battito secco dei suoi tacchi, il tempo passa più veloce. E fantasticando sulla sua vita, eviti di pensare a cose inutili.

Un cane gli attraversa la strada, lì accanto, e comincia a pisciare su un mucchio di bottiglie di vetro vuote. Facendo una specie di rumore ridondante, come quando innaffi un’edera. Poi gli viene vicino ai piedi, lo guarda, e Assan un po’ sorride perché addosso ha un collare di fil di ferro, una specie di collana per bambine che si attorciglia davanti come un papillon da teatro. Si rimette a camminare e il cane lo segue. Uno strano tipo li guarda stranito e lui blatera un inutile “non è mio”. Il cane abbaia. Lui si gira. Il cane si allontana dietro una macchina e ci sale su. Poi, scendendo, incespica fra vetro, tergicristalli, targa. Rotola e cade. Torna da Assan, “ma che vuoi da me?”. Il cane, infastidito, si gira e se ne va. Assan, forse un po’ offeso per l’abbandono, decide di seguirlo per qualche metro. Il cane accelera, lui corre, e finiscono come due esuli in un cortile lì dietro. Il cane sale, entra in una casa, ed entrando con la zampa si toglie il guinzaglio. Lasciandolo lì, come fossero le scarpe, all’ingresso. È una sorta di cucina di quelle con le piastrelle bianche piccole, leggermente sfaccettate ai bordi, su cui si deposita la polvere come una texture involontaria. Assan gira lo sguardo, e si accorge che quella luce, lì nella notte, viene da sotto il tavolo. E che una delle sedie, lì, in quella cucina, ha una lampadina come piede, che a sedersi si sarebbe spenta. E un filo lungo che dal piede se ne va a cercare il soffitto, al centro, lassù in alto. Come una cima cerca il suo molo.
Si tocca nelle tasche, non si sa perché, mentre una pentola troppo nuova per quella cucina se ne sta sul fornello, con dentro un uovo all’occhio di bue appena cotto, e dentro il rosso l’arancione di un mozzicone spento. Annegato nel cuore della faccenda.
Assan continua a cercare nelle tasche del jeans, come un uomo in mezzo al niente. Si gira, come se avesse perso qualcosa lì in quella casa e dovesse andare a ripescarla chissà dove.
Sale su, per le scale di legno. Una finestra sembra indicare sbilenca la pendenza dell’ascesa e della fatica.
E sopra, una sorta di piccolo studio. Un tavolo con sopra la mappa di una città piegata a ventaglio, una collezione erotica di accendini, e una penna con una palla di gomma pane, ad aiutare la presa e cancellare la scrittura. Due sedie ‘baciate’ si guardano come una panchina di amanti.
E di fianco una libreria, con i libri a dare le spalle, come per protesta. O dissenso culturale. E sopra scarabocchi anarchici, come a scuola, sghignazzano un’altra storia e un’altra umanità: più innocua.
Dietro una piccola tenda, fatta di cartine di sigarette incollate una sull’altra come una fisarmonica di carta, un soggiorno con un divano rosso graffiato dal cane. E un tavolo su cui nastri adesivi si rincorrono come atleti, in gara, a chi arriva prima. Inutili e vacui, come tutte le competizioni.
Dietro il tavolo una porta. Attaccata al muro, come un’altalena, dondola prima di aprire i battenti.
Dietro la porta un letto, e dietro le lenzuola una donna.
Assan si ferma. Cerca qualcosa nelle tasche. Si siede. Guarda la donna, e quei capelli ricci che disegnano il bianco di un cuscino troppo scemo.
Si toglie le scarpe, e i calzini, per non far rumore. Si stende sul letto, lì di fianco, lei schiude gli occhi per un secondo, come in un assenso.
Assan si guarda i piedi e quelle vene che, gonfie, seguono i tendini. E si addormenta, pensando che la vecchiaia comincia a farsi viva nelle estremità.
Come tutte le cose, comincia in periferia.