Il wellfare ai tempi degli illiri

“Per dire, ecco come risolvevano il problema del matrimonio gli Illiri. Dunque, schieravano le ragazze da marito in piazza, tutte, in ordine, dalla più bella alla più impresentabile. Poi iniziavano a mettere all’ asta la più bella: chi offriva di più se la portava via. Il denaro veniva messo da parte. Quando si arrivava al mediobrutto, le offerte iniziavano a latitare. E c’ era sempre il momento in cui, per la Gina, nessuno offriva niente. Allora si prendeva il denaro messo da parte e si iniziava a fare un’ asta al contrario. Gina più conguaglio. Chi si accontentava del più modesto, la sposava. Se avevi la pazienza di aspettare l’ ultima, e magari eri cieco, te ne partivi ricco sfondato. «Il denaro», annota compiaciuto Erodoto, «proveniva dalle ragazze belle, e così le belle procuravano il marito alle brutte e alle storpie».”

 

VIA

New Aesthetic

Un po’ di tempo fa Bruce Sterling ha pubblicato questo breve saggio su quello che oggi molti chiamano la “New aesthetic”. Ovvero la trasformazione del nostro immaginario visivo in un mondo digitalizzato, e gli effetti che questo ha indotto nelle arti visive (dall’arte alla grafica per capirci). E’ un tema che amo molto, ed era un po’ un peccato che non fosse visibile da nessuna parte una traduzione in italiano. E così eccola qui. 

 

(Una sola nota: notate lo stile con cui è scritto: disordinato, sgrammaticato, scomposto, parlato, forse persino sciatto. Scrivere per dire qualcosa, senza tanto stare lì a pensare al come . Butta giù frasi una dietro l’altra, come scrollate dalla testa, e inventa persino gli aggettivi, per non perdere tanto tempo a trovare quelli giusti. Ogni tanto si rivolge anche al lettore, tanto per assicurarsi che stiamo capendo. E’ come se stesse scrivendo con una urgenza, una fretta, e una foga, che non ha nessun tempo per limature e questioni formali. Lezione da prendere e portare a casa. )

 


Ho visto il gruppo della Nuova Estetica al South di Southwest 2012. E’ stato un evento significativo e una cosa buona da vedere. Se non sai nulla della “Nuova Estetica”, o se non hai idea di che cosa sia “SXSW”, è necessario che ripari subito la tua ignoranza. Vatti a vedere questo:

http://booktwo.org/notebook/sxaesthetic/

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Ora, so bene che molte persone non sono mai tornate dal link che ho messo quissù. C’è abbastanza materiale da abbindolarvi per un bel po’. Sono contento che non ci siete più, perché avevo intenzione di scrivere un lungo saggio molto ponderato, per voi altri. Voi, il popolo che si lascia marinare in un esegesi critica di 5.000 parole sull’estetica contemporanea.

Voi che siete rimasti e siete dei lettori di blog estremamente determinati, o sapete già qualcosa sulla nuova estetica. Come me, molto probabilmente, l’argomento vi eccita. Alcuni di voi forse facevano parte di quella piccola elite presente fisicamente nel pubblico durante SXSW2012, e speravate di non essere voi a dover scrivere questo tema #sxaesthetic.

Voi sapete già chi siete. Anche io lo so. Mettiamoci comodi e sbrighiamo la faccenda.

Joanne McNeil di Rhizome aveva ragione quando alla SXSW ha detto che cose come la Nuova Estetica capitano spesso. Effettivamente succedono, ma noi non le vediamo molto in giro, al giorno d’oggi. La nuova estetica è solo una del suo genere: è l’equivalente degli inizi della fotografia per gli impressionisti francesi, o come il film muto per i costruttivisti russi, o come l’astrazione dinamica per i futuristi italiani.

Modernità

“Mi viene in mente che non posso essere un architetto moderno perchè sono un architetto mediterraneo.
La “modernità” non è stata forse inventata dai popoli del nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero? “

Sottsass

Erwin Wurm

(Questo è un articolo che ho scritto per Inventario, una rivista pubblicata da Corraini e diretta da Beppe Finessi)

A ben pensarci, Erwin Wurm ha tutte le carte in regola per essere definito uno scultore classico. Usa di continuo la figura umana, esasperandone le possibilità, schernendone i gesti, dissacrandone il corpo: penne nel naso, vestiti improbabili, donne appese, contorsioni con gli oggetti. Distorce e contrae volumi, pesi e masse, gonfiando macchine, schiacciando panini, sciogliendo grattacieli. Intraprende la sempiterna battaglia (donchisciottesca) contro la staticità della materia, piegando verso l’acqua la prua di una barca, o inarcando un camion come una leggera pattinatrice russa. Utilizza icone, quasi mitologiche, di una riconoscibile quotidianità (sedie, tavoli, automobili, scope, case), restituendoci di ognuna sempre il lato beffardo o goffo. Mai ovvio. Provocazioni il cui sarcasmo disvela sottili crudeltà. In ultimo, come ogni scultore classico che si rispetti, regala qui e là sguardi sociali e politici, fumetti la cui surrealtà appare come distorsione di una società ahimè già grottesca.
E a ben pensarci, guardando “Narrow House”, uno dei suoi ultimi lavori, e l’ossessionata precisione della messa in scena, ci si ritrova dentro tutto questo. Un volume distorto fino a diventare sottile come un muro, tòpos (la casetta, tetto e tegole comprese), il sociale (l’invivibilità), l’animazione di uno spazio sull’asse di un movimento e l’ironia con cui disegnare un’amara inabitabilità. Il tutto con un unico semplice gesto: la contrazione volumetrica di una casa. Con tutto quello che ne consegue: libri, divani, piani cottura, gabinetti e mensole. Manca solo l’uomo. Ma quello basta immaginarlo, sorriso stampato in faccia, guardandosi riflessi nel dorso di un cucchiaio.

PERCHÈ L’ARTE COSTA COSÌ TANTO

Si fa un gran parlare, negli ultimi dieci anni, dei prezzi esorbitanti del mondo dell’arte contemporanea. L’esplosione è dovuta all’ingresso nel mercato di un numero molto maggiore di acquirenti, con disponibilità economiche molto maggiori, attraverso canali di vendita molto maggiori (aste e fiere). E soprattutto per una ragione economica evidentemente palese ma nondetta: l’arte è un investimento finanziario molto interessante.

Une elevata somma di liquidità può essere facilmente investita avendo un enorme plusvalore non tassato, un basso livello di rischio e un costo nullo di gestione.

Per provare a capire perché, basta paragonare il medesimo investimento al corrispettivo immobiliare o finanziario.

Per dire:

Avendo capitale 100 (esempio) un investimento immobiliare comporta una spesa (notarile, di tasse, ristrutturazioni, eccetera) pari mediamente al 20% dell’acquisto. A fronte di un redditività del capitale che è all’incirca il 10% annuo. Rendita tassata al 20%, più Imu, manutenzione gestione e tasse varie, diciamo una rendita netta del 7%.

A fronte di un investimento di 100, dopo dieci anni il mio capitale è diventato 170.

Se fai un investimento finanziario, qui è più complicato (obbligazioni, fondi, misti, azioni, private banking), diciamo che l’investimento a fronte di un rischio maggiore può arrivare, massimo, a rendere 200/300, poco più di un investimento immobiliare. Con una tassazione al 12%.

Entrambe le soluzioni significano, con i controlli vigenti nei paesi occidentali negli ultimi 15 anni, che il capitale iniziale è perfettamente dichiarato, trasparente e tracciabile.

E se, invece, investissi in opere d’arte?

Qui, il discorso, è molto più complicato ma estremamente più interessante finanziariamente.

A fronte di un investimento su un artista il capitale 100 in dieci anni sarebbe cresciuto, a seconda dell’artista, da 3 a 50 volte.

Su un artista stracerto (Wharol, per dire) fino a 5 volte. Su un artista 10 anni fa passabilmente sicuro (un Cattelan, un Hirst) ci sarebbe stato un plusvalore di 10 volte. Su un artista 10 anni fa molto incerto (pensiamo a una Whiteread, Eliasson) avrebbe avuto un plusvalore fino a 50 volte superiore. Investo 100, mi ritrovo 5000.
In sostanza, su 100 di capitale investito, avrei nel tempo un capitale rivalutato da  500 a 5000.

Il tutto senza che sul plusvalore ci sia nessuna tassazione, una magia finanziaria oggi non da poco. E il tutto, soprattutto, senza che sul capitale investito ci sia nessun controllo. Una semplice trattativa privata, senza notaio e, nella maggior parte dei casi (vedere per credere) sostanzialmente in nero.

E’ possibile investire 100 di liquidità nascosta (nera, o volendo persino illegale) e ritrovarsela rivalutata di 20 volte, dopo dieci anni, pulita. Una magia così, è possibile solo nel mercato dell’arte contemporanea.

Non ci sono molti dati pubblici in merito (come è ovvio), ma chi oggi ha la curiosità e la voglia di ficcare il naso nelle vite delle gallerie in giro per il mondo, chi conosce i nomi dei collezionisti, o chi ne ha ha viste personalmente, sa che è un mondo abitato da industriali difficilmente detiti a investimenti culturali d’altro tipo (libri, cinema, musica). Conosce le figure dei buyer, ovvero chi acquista opere per altri, a solo scopo finanziario. E conosce i redditi dichiarati delle gallerie, a fronte del valore degli artisti trattati. E un po’, a naso, sente molta puzza.

Il tutto delinea un panorama economico finanziario molto discutibile, lo stesso di cui oggi soffre la grande economia occidentale.

Premesso che questo non è, ovviamente, il totale del mondo dell’arte (come tutte le cose vive di distinguo) ma ne è la malattia oggi più visibile, pervasiva e lesiva.

Evitando di pensare quanto questo sia lesivo di un sistema culturale (per evitare qualsiasi moralismo) è evidente che avere un mercato orientato e costruito ad hoc su un target (il collezionista) il cui fine non è il prodotto in vendita, ma l’economia finanziaria di contorno, è esattamente la malattia speculativa che sta affossando l’occidente.

Perché ogni mercato è sano nel momento in cui la domanda è sana. L’offerta, poi, va da se.

MI È CADUTA SULL’UCCELLO

Nel nuovo logo di Twitter l’uccello perde il lato fumettistico, buffo e simpatico, perde il ciuffo da ragazzino, e diventa tutto a un tratto un uccello serio, composto, con le ali spiegate, la schiena dritta e lo sguardo in avanti. E’ diventato tutto a un tratto adulto, serio, e quindi inevibilmente più noioso.

I 10 MOTIVI PER CUI VALE LA PENA VIVERE COME TONY PAGODA

1) L’ebbrezza impagabile di andare a letto esclusivamente con le donne degli altri.
2) Provare a vivere onestamente, non riuscirci, e dire con soddisfazione: però ci ho provato.
3) Tornare a casa infelici e inermi, ma privi di sensi di colpa.
4) Constatare, con un sorriso, che il down è stato inferiore al picco d’eccitazione procurato da droghe e alcol.
5) Decapitare, con una sciabola antica, le teste di tutti i genitori ossessionati dall’educazione dei figli.
6) Infilare la testa sotto le coperte dopo aver praticato, a intervalli regolari, la nobile arte dell’aerofagia.
7) Incontrare per strada persone che si conoscono, guardare loro dritti negli occhi, e non salutarli.
8) Dubitare dell’intelligenza delle persone considerate unanimemente intelligenti.
9) Scoprire, ma purtroppo non accade mai, che tutti stanno complottando contro di te.
10) Gli occhi asciutti delle madri. Ce ne sarebbe anche un undicesimo: gli occhi asciutti dei padri che non abbiamo avuto.

CHRIS BURDEN – METROPOLIS

Chris Burden non ha tanto bisogno di presentazioni (Tate, Gagosian, Whitney eccetera). E in ogni caso non è importante. Io non l’avevo visto, ma un paio d’anni fa ha messo su questa installazione semplicemente incredibile. Un enorme circuito di macchinine a girare a zonzo a tutta velocità fra modellini di palazzi. Come una scena la cui frenesia ha perso il senso del gioco, e intorno una città mezza ludica e mezza isterica, che ha perso il senno, e il senso.

 

 

Perchè voto/are Renzi (per punti)

Perchè voto/are Renzi (per punti)

 

Bon, dopo settimane di camicie, accenti (e chiacchiere) è necessario per una volta parlare di Renzi, parlando di cose, e non di Renzi.

E per farlo forse la cosa più utile è provare a farlo per punti, che così via via ci si capisce, e ci si mette in testa le idee di paese che ognuno di noi ha in mente. E su quelle ci si scorna.
Proviamo:

 

Finanza pubblica

 

Renzi è l’unico che non pensa che il problema della spesa pubblica siano i dipendenti pubblici o (idiozia Grillesca) il costo della politica. Ma che la vera anomalia della pubblica amministrazione è il costo mostruoso per l’acquisto di beni e servizi. E perchè questo accade? Perchè la pubblica amministrazione non compra solo la carta igienica, o le siringhe per gli ospedali, ma compra oramai gli stessi servizi che la pubblica amministrazione dovrebbe fare e non fa. I servizi sono esternalizzati su società di servizi, e con se tutto l’apparato: tutto il sofware, le manutenzioni, pulizie, eccetera. Organizzi una mostra? La appalti. Hai bisogno di fa funzionare le macchine in ospedale, le appalti. Devi mappare lo stato di fatto del catasto, lo appalti. Fai un Festival, appalti tutto. Insomma i dipendenti pubblici non sono formati e non sono più in grado di essere risorse utili, e si acquistano risorse esterne.
La soluzione non è licenziare i dipendenti, ma ridurre l’utilizzo dell’outsourcing (che costa il triplo per la stessa funzione, e genera ovviamente corruzione) rivedendo l’utilizzo della forza lavoro che lo stato già ha.
I dipendenti lavorano, felici, e lo stato risparmia.

 

Tasse

 

Ogni volta che il PD è stato al potere, ha puntualmente disatteso qualsiasi riforma dello status quo. Il centrosinistra discute di una fantomatica patrimoniale (una ulteriore tassa) che è nelle cose reali una tassa senza nessun senso: tassare la liquidità personale è impossibile (sfuggirebbe in infinite scatole cinesi), la liquidità aziendale è una follia, il patrimonio immobiliare è già fatto, il patrimonio finanziario non è nelle cose. Di quale patrimonio si tratta, è ancora difficile da comprendere.
Renzi non parla di patrimoniale e, prima volta a sinistra, le tasse le vuole finalmente tagliare. In un paese che ha la più alta tassazione europea, è l’unica proposta sensata. Chi crede che oggi la tassazione, e la spesa pubblica, siano il giusto sistema di redistribuzione della ricchezza, è vecchio di 50 anni.
I soldi non devono finire allo stato, per avere equità sociale (lo stato i soldi li idrovora), i soldi devono trovare nuovi e diverse grammatiche finanziarie per distribuirsi equamente sul territorio, senza passare per l’agenzia dell’entrate.
Devono potersi muovere fra i cittadini, secondo regole che ne garantiscano la pari redistribuzione, prima che passino nel buco nero della pubblica amministrazione.
Questo significa interrogarsi su un ruolo innovativo della redistribuzione della ricchezza, e quindi trovare idee, ripeto idee, di finanza pubblica.
Il resto è socialismo cattocomunista. E non ne possiamo più.

 

Scuola.

 

Avete mai sentito un altro politico parlare così tanto di scuola? Io, francamente, no.
Non mi interessa sapere cosa pensa Bersani della scuola, mi è sufficiente sapere che la cultura di cui lui è figlio ha prodotto questa scuola qui.
La scuola, così com’è, è frutto della cultura del PD, senza giustificazioni. Il sei politico, i professori che guadagnano tutti uguale (pochissimo), il merito inesistente, e insomma questa specie di socialismo reale dei poveri senza appello, e senza futuro.
Io voglio una scuola che premi, selezioni, costruisca. Non la palude asfittica e malaticcia a cui consegnamo i nostri figli, fino alla loro maturità, che ormai è già tardi.

 

Potere

 

Bersani continua a ripensare le alleanze politiche di questo paese (da Casini a Vendola) come un accorpamento di forze, intorno a un partito forte (forte, tra l’altro, grazie a Renzi, altrimenti starebbe al 24%), che non è altro che l’idea di Prodi.
Renzi invece immagina un consenso popolare, e una idea di paese, in grado di garantire una delega di potere sufficiente a governare.
Come dire: what else?

 

Università

 

Renzi: “la riforma di Berlinguer ha di sinistra solo il nome”. Ora, chi ha fatto l’università dopo il 2000, sa che oggi l’università non va riformata, o cambiata. Va rifondata. Non produce assolutamente niente, che sabbia un nesso con l’idea di formazione delle nuove generazioni, di una classe dirigente, o quanto meno di un sapere. E’ un laureificio atto solo alla manutenzione (proprio manutenzione, non mantenimento), dell’apparato professorale.
Gli studenti non esistono, i consigli di amministrazione sono composti di professori (avete mai sentito una follia simile?!), i concorsi sono finti, i soldi scorrono a fiumi, e il nesso fra formazione e lavoro inesistente.
Siccome l’elenco di follie sarebbe troppo lungo, e l’analisi inevitabilmente sommaria, annoto solo una cosa, emblematica: Google, una delle dieci multinazionali del mondo, è nata da una tesi universitaria di due ragazzi di 24 anni, che vedeva contrario il relatore di tesi. Avete mai sentito in Italia uno studente fare una tesi che non fosse imposta dal suo relatore?

 

Lavoro

 

Come giustamente dice spesso il genietto Enrico Sola: prendete la vostra rubrica del telefono, e contate quante persone lavorano nel pubblico o in una grande azienda con un contratto a tempo indeterminato. Se sono meno del 10%, e vi assicuro che sono meno del 10%, smettetela di pensare di votare Bersani e basta. Non perchè Bersani sia cattivo ma perchè, pensateci, qual’è l’unico partito negli ultimi vent’anni ad essere stato il garante assoluto e indiscusso dei diritti di chi oggi è già straprotetto? E quale partito ha scaricato tutta la necessaria flessibilità del mercato sulle nuove generazioni? La risposta è una: il PD. Checchè vi dicano che è stato Berlusconi: i Co Co Pro li inventò il ministro Treu, mentre Cofferati nicchiava sul problema del precariato, e portava in piazza milioni di persone preoccupandosi dell’ininfluente articolo 18, trasformando il diritto del lavoro in una battaglia dogmatica e classista, atta solo a giustificare i suoi 4 gatti di iscritti che hanno mediamente 70 anni (e non è una battuta).
Non è colpa di Bersani, è che quel partito rappresenta quel blocco sociale: dipendenti pubblici, vecchi operai, pensionati, eccetera. E per difendere quelli, alza il muro sul resto del paese reale. Appena si toccano loro, il PD (e quindi inevitabilmente Bersani) alza la bandiera e chiama palla. Lo fanno puntualmente sull’art 18, esodati, professori di scuola, dipendenti pubblici, Fiat, cassintegrati eccetera eccetera. E appena qualcuno (Renzi) cerca di rappresentare altri interessi (i nostri) la Camusso alza il gomito e scalcia (non a caso Renzi, per la Camusso, è il male assoluto, ed essendo la Camusso il male assoluto dell’Italia, per sillogismo…)
In ogni caso, dicevo, mai in questi ultimi 15 anni hanno speso davvero energie per chi, come la stragrande maggioranza delle persone sotto i 40, lavora come freelance, precario, partire iva, a progetto, in piccole realtà, piccole aziende di servizi, eccetera. Persone che si ritrovano dalla mattina alla sera alla porta, per contratti finiti (il contratto non rinnovato is the new “sei licenziato”), e via dicendo di infinite umiliazioni a cui quel 90% della nostra rubrica è quotidianamente sottoposto.
Di fatto gli ultimi 15 anni, e la classe dirigente che oggi detiene il comando del PD, per conservare diritti preesistenti ha bloccato l’accesso al lavoro a una generazione intera, stratutelando la posizione di alcuni, impedendo qualsiasi ricambio, e qualsiasi mobilità sociale.
Invece dobbiamo finalmente pensare che noi, chi oggi sta al di là di quello steccato, è il paese vero, e l’energia che lo muove. I numeri dicono che siamo oggi numericamente molto superiori a chi è protetto dall’art 18, o dai sindacati, che siamo milioni di persone senza nessuna rappresentanza politica, senza nessun diritto, e senza nessuna voce. Se qualcuno si occuperà di noi, quello lì, senza dubbio, è Renzi.

 

Cultura

 

Ecco qui, come per l’università, c’è proprio poco da discutere. Il sistema della cultura di questo paese (musei, teatri, festival, eccetera) è semplicemente e senza mezzi termini al capolino. Clientelare, bloccato, monopolistico, asfittico, vecchio, conservatore, reazionario.
Un sistema di potere fatto di sovraintendenti, direttori amici di politici, baroni universitari, amicizie, che spartisce una torta di soldi pubblici (oramai più che torta è un piccolo budino, un boccone a testa) i cui criteri sono slegati da qualsiasi logica comprensibile. Spettacoli teatrali senza senso, mostre incomprensibili, costosissime, e vuote, festival come se piovessero (in Italia ce ne sono 600, seicento Festival, quasi 10 per provincia!).
Tutto un enorme pachiderma pagato con i soldi pubblici che non produce culturalmente niente di rilevante, totalmente controllato dalla politica, e per lo più gestito da persone mosse da vacue vanità, e inamovibili privilegi.
Come è noto, il mondo della cultura italiano è nella sua totalità storicamente legato prima al PCI, poi ai DS, e ora al PD, e quindi adesso legato a doppio filo alla classe dirigente che è l’azionariato di Bersani.
Se vuoi rompere quel mondo, e finalmente fare cultura, l’unica cosa da fare è rasare al suolo quel blocco di potere, quella rete di persone, e poi togliere il monopolio della mano pubblica, rimettendo in circolo possibilità per i privati. Devi eliminare il circolo vizioso della politica che nomina direttori, togliere potere ai sovrintendenti, creare per ogni realtà un vero CDA (con dentro privati), inserire dei meccanismi di controllo della spesa, valutare meritocraticamente l’operato di tutti, e avere in testa, tendenzialmente, che la cultura non è per forza pubblica. I libri, per dire, non lo sono mai stati, eppure sono in perfetta salute culturale. L’arte contemporanea, per dire, lo è sempre stata pubblica, e infatti versa in stato comatoso.
Per fare questo devi ovviamente avere una testa nuova, un’altra testa. E quella testa non è Bersani.

 

Europa

 

Renzi è senza mezzi termini per gli Stati Uniti d’Europa. Non è una posizione demagogica: è un orizzonte. E io francamente mi sono annoiato di discutere di normative e leggine per redistribuire le sovranità, passetto alla volta, uno ogni dieci anni, che si fa notte. Gli stati da che mondo è mondo si fanno in breve tempo, o non si fanno più. Qui, dopo la caduta del muro di Berlino (il più grande facilitatore dell’unione europea) sono 20 anni che facciamo norme per le scale di sicurezza, la dimensione delle banane, e il sesso delle bambole, e invece non siamo stati in grado nemmeno di mettere su un campionato di calcio, una rete televisiva europea, o un esercito. Nemmeno un banale quotidiano online europeo. A stento abbiamo messo su l’erasmus.
Sono passati venti anni, nei venti prima (pensateci, dal 69 all’89) è successo di tutto. Oggi siamo fermi, e questa lentezza non ce la possiamo più permettere: di ‘sto passo diventa vecchio pure mio nipote, e fa prima la Cina a comprarci pezzo pezzo. Puntiamo in alto alla scala, per fare i primi tre gradini.

 

Conclusioni

 

Sarei potuto andare avanti per punti, all’infinito. Giustizia, difesa, sport, digitale, eccetera, e su molti forse sarei stato impreparato, o elusivo. Ma va da se che per ogni punto c’è una discrasia, una distanza, un mondo diverso. Bersani è provare a rimettere a posto, riorganizzare, risistemare, come una casa che crolla in cui provi a rimettere in ordine i panni nell’armadio. Ogni qual volta che parla, si sente nella sua voce, nelle sue parole, nelle sue proposte, poco più dell’intento di una specie di tagliando. Lì dove c’è un problema, trovare una possibile mediazione: una quadra. Fra soggetti rappresentativi vetusti, e strutture sociali superate, ricucendo modelli culturali vecchissimi: socialismo+riformismo+cattolicesimo. Cose di un altro secolo.
Questo paese qui non ha bisogno di questa roba, di questa stanchezza, di questo sguardo corto.
Ha bisogno dell’idea, la forza, l’ambizione, di provare a formulare risposte nuove a domande nuove. Ammetto che su questa idea c’è persino immaturità, utopismo, o presunzione: ma questo paese non ha bisogno di un ennesimo amministratore di condominio, ma di un rifondazione effettiva, forse persino rischiosa, ma maledettamente necessaria.