Il web non genera mostri, i mostri ci sono

Della vergognosa immagine della “virtual lapidation” della giornalista dell’Unità si è detto già tutto, e ovunque.

Io continuo dopo giorni a pensarci, e continua a non tornarmi questa idea diffusa che il web tiri fuori il peggio del paese per decenni sopito. E che un leader pazzoide la incanali per convenienza.

È un idea che non mi convince, c’è poco da fare. Continuo a pensare che 30 anni fa, tanta rabbia, non esistesse. Non che esistesse chiusa nei tinelli delle periferie, e consumata negli screzi familiari. E che oggi sia aizzata da un mezzo, un movimento, un fuoco, che prende milioni di anime belle e le inferocisce come bestie da monta.

Se siamo onesti con noi stessi: non è il web che ha tirato fuori la barbarie, come fosse caduto un filtro della buon costume, né il Masaniello di turno a infocolarlo, ma un lunga serie di combinazioni economico/politiche che hanno reso le vite molto più difficili, molto più sole, e molto più propense alla rabbia.

Se alziamo la testa dal computer, e dalle nostre vite bene o male fortunate, lì fuori c’è davvero (ma davvero) un paese in condizioni disastrose. E al netto della nostra capacità di fare distinguo, analizzare, filtrare, è piuttosto vero che a grandi linee quell’impoverimento stia generando rabbia. E quindi cerca nemici (Europa, globalizzazione, politica, giornali, ecc).

Non è una cosa intelligente, o saggia, ma è ampiamente comprensibile.  Non è nata con il web, ne con Grillo, né con chissà cosa. Smettiamola di cercare un capro espiatorio. Quella mostruosità è un effetto di cause a cui siamo chiamati tutti. Nessuno escluso. E’ il mondo in cui viviamo, e tocca a chi è più lucido, e saggio, riportare tutti alla convivenza civile.

 

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Il caro prezzo dell’informazione

In poche righe Luca Sofri spiega l’annosissima questione del perché oggi il giornalismo online fa una fatica boia.

 

Quello che è successo è che i giornali di carta perdono lettori e rilevanza, e quindi sono meno attraenti per la pubblicità; mentre i giornali online competono con un mercato di offerta di contenuti improvvisamente enorme (non solo con altri siti di news, ma con social network, videogiochi, siti i più diversi, che si trovano improvvisamente tutti nello stesso campionato) e in cui il valore delle inserzioni si è quindi enormemente abbassato, confrontato con quello che avevano sui giornali.

 

C’è da aggiungere che è abbastanza inspiegabile perchè online (soprattutto in Italia) il valore della testata ha smesso di fare economicamente tanta differenza. Il fatto che una pagina pubblicitaria sul Corriere valesse 10 volte una pagina su “Novella2000″, è stato per un secolo il motivo per cui il Corriere teneva a essere il Corriere, anche a scapito della tiratura. Avere una certa qualità giornalistica, significava tenere più bassi i numeri, ma più alto il nome, e quindi il prezzo. Per BMW essere sul Corriere aveva un ritorno di immagine diverso dalla sua presenza su Novella2000. Così come avere un prodotto in una vetrina di Montenapoleone è diverso che averlo alla Coop.
Mentre online, questo criterio si è quasi perso. Per l’inserzionista, ad esempio, uno spazio adv del Post costa costa sostanzialmente (e a seconda degli accordi) quanto può costargli su Giallo Zafferano, e quindi conviene il secondo, perchè genera 10 volte più visualizzazioni.
Si è creato uno strano  mercato in cui la domanda e l’offerta non hanno significative variazione di valore, ma solo di quantità. Ed  è chiaro che un gioco con queste regole è un gioco che penalizza tutti, tende al ribasso, inventa poco, e svilisce sia editori che inserzionisti.

Il criterio secondo cui avere il proprio marchio vicino a ilPost è molto diverso che avercelo di fianco ai crostini alla polenta, è il criterio attraverso il quale quella testata trova nell’alta qualità del suo prodotto le ragioni economiche della sua esistenza.
Ed essendo il suo prodotto l’informazione, tenerla alta, è un bene per tutti.

 

 

ps. su questi argomenti Luca Lani scrive da un po’, e ne vale la pena.

 

 

 

Walzer a matita

Robo Faber è un delizioso robottino tondo che disegna su un foglio un po’ quello che gli pare. Non stampa un disegno, attenzione: disegna. In pratica attinge da una serie di variabili per cui è programmato e con un qualche grado di decisione. Essendo le combinazioni un numero molto alto, e il risultato non prefissato, si può dire che faccia le cose a modo suo.

Al netto della magia tecnica, personalmente quello che mi piace è che su quel foglio più che disegnare, sembra danzare.

 

 

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Ai Weiwei e Olafur Eliasson (due dei più importanti artisti viventi) hanno messo su un sito con una grande luna, in cui ognuno può disegnare un pezzettino.

E’ bello vedere come l’arte contemporanea, piano piano, stia scendendo dalla sua rocca.

 

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L’apparato “social”

Le due campagne di comunicazione dei due candidati alle primarie hanno due slogan. “Cambia verso” di Renzi e “bello e democratico” di Cuperlo.
Non c’è bisogno di un esperto di comunicazione politica per notare come il primo abbia un contenuto molto forte, e anche un azione imperativa. Il secondo è generico, e si limita all’uso più moderato degli aggettivi.
I due slogan hanno avuto un’applicazione social. Ovvero due piccoli siti in cui è possibile generare un un immagine personalizzata da condividere poi sui social, in modo virale. Nella prima si può personalizzare il testo “specchiato” e quello nel verso giusto. Cosa cambiare / dove vogliamo andare. Nel secondo, sopra la scritta “bello e democratico” metti la tua foto di facebook: “rendi il tuo profilo bello e democratico”.
Non c’è bisogno di un esperto di social media marketing per capire che la prima è un idea di comunicazione (piace o meno), la seconda è una roba che avrebbe bocciato anche il direttore all’Acqua Park di Caserta.

All’inizio della computer grafica

Una puntata di Computer Chronicles di 30 anni fa (suggerita da un amico) era dedicata alla computer graphic. C’erano le gif, le tavolette grafiche, il 3d, i pennelli, e quasi tutto l’armamentario che c’è oggi sotto i nostri mac.

Se uno pensa a oggi, e cos’era il mondo 30 anni fa, ci rimane piuttosto secco.

 

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