Il caro prezzo dell’informazione

In poche righe Luca Sofri spiega l’annosissima questione del perché oggi il giornalismo online fa una fatica boia.

 

Quello che è successo è che i giornali di carta perdono lettori e rilevanza, e quindi sono meno attraenti per la pubblicità; mentre i giornali online competono con un mercato di offerta di contenuti improvvisamente enorme (non solo con altri siti di news, ma con social network, videogiochi, siti i più diversi, che si trovano improvvisamente tutti nello stesso campionato) e in cui il valore delle inserzioni si è quindi enormemente abbassato, confrontato con quello che avevano sui giornali.

 

C’è da aggiungere che è abbastanza inspiegabile perchè online (soprattutto in Italia) il valore della testata ha smesso di fare economicamente tanta differenza. Il fatto che una pagina pubblicitaria sul Corriere valesse 10 volte una pagina su “Novella2000″, è stato per un secolo il motivo per cui il Corriere teneva a essere il Corriere, anche a scapito della tiratura. Avere una certa qualità giornalistica, significava tenere più bassi i numeri, ma più alto il nome, e quindi il prezzo. Per BMW essere sul Corriere aveva un ritorno di immagine diverso dalla sua presenza su Novella2000. Così come avere un prodotto in una vetrina di Montenapoleone è diverso che averlo alla Coop.
Mentre online, questo criterio si è quasi perso. Per l’inserzionista, ad esempio, uno spazio adv del Post costa costa sostanzialmente (e a seconda degli accordi) quanto può costargli su Giallo Zafferano, e quindi conviene il secondo, perchè genera 10 volte più visualizzazioni.
Si è creato uno strano  mercato in cui la domanda e l’offerta non hanno significative variazione di valore, ma solo di quantità. Ed  è chiaro che un gioco con queste regole è un gioco che penalizza tutti, tende al ribasso, inventa poco, e svilisce sia editori che inserzionisti.

Il criterio secondo cui avere il proprio marchio vicino a ilPost è molto diverso che avercelo di fianco ai crostini alla polenta, è il criterio attraverso il quale quella testata trova nell’alta qualità del suo prodotto le ragioni economiche della sua esistenza.
Ed essendo il suo prodotto l’informazione, tenerla alta, è un bene per tutti.

 

 

ps. su questi argomenti Luca Lani scrive da un po’, e ne vale la pena.

 

 

 

Walzer a matita

Robo Faber è un delizioso robottino tondo che disegna su un foglio un po’ quello che gli pare. Non stampa un disegno, attenzione: disegna. In pratica attinge da una serie di variabili per cui è programmato e con un qualche grado di decisione. Essendo le combinazioni un numero molto alto, e il risultato non prefissato, si può dire che faccia le cose a modo suo.

Al netto della magia tecnica, personalmente quello che mi piace è che su quel foglio più che disegnare, sembra danzare.

 

 

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Ai Weiwei e Olafur Eliasson (due dei più importanti artisti viventi) hanno messo su un sito con una grande luna, in cui ognuno può disegnare un pezzettino.

E’ bello vedere come l’arte contemporanea, piano piano, stia scendendo dalla sua rocca.

 

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L’apparato “social”

Le due campagne di comunicazione dei due candidati alle primarie hanno due slogan. “Cambia verso” di Renzi e “bello e democratico” di Cuperlo.
Non c’è bisogno di un esperto di comunicazione politica per notare come il primo abbia un contenuto molto forte, e anche un azione imperativa. Il secondo è generico, e si limita all’uso più moderato degli aggettivi.
I due slogan hanno avuto un’applicazione social. Ovvero due piccoli siti in cui è possibile generare un un immagine personalizzata da condividere poi sui social, in modo virale. Nella prima si può personalizzare il testo “specchiato” e quello nel verso giusto. Cosa cambiare / dove vogliamo andare. Nel secondo, sopra la scritta “bello e democratico” metti la tua foto di facebook: “rendi il tuo profilo bello e democratico”.
Non c’è bisogno di un esperto di social media marketing per capire che la prima è un idea di comunicazione (piace o meno), la seconda è una roba che avrebbe bocciato anche il direttore all’Acqua Park di Caserta.

All’inizio della computer grafica

Una puntata di Computer Chronicles di 30 anni fa (suggerita da un amico) era dedicata alla computer graphic. C’erano le gif, le tavolette grafiche, il 3d, i pennelli, e quasi tutto l’armamentario che c’è oggi sotto i nostri mac.

Se uno pensa a oggi, e cos’era il mondo 30 anni fa, ci rimane piuttosto secco.

 

Stabilità è un brutto messaggio, secondo me

La parola d’ordine del governo Letta è “stabilità”. E’ la parola che ripete in tutte le occasioni, e come ragione di molte strategie, vale come alibi per una maggioranza invece precarissima, come salvacondotto per i passi falsi, e come rassicurazione della collettività nella bufera della crisi.
Serve su vari fronti: a risolvere complicazioni (Shalabayeva+Alfano ieri, Ligresti+Cancellieri oggi), a far passare i riottosi (da Berlusconi a Renzi) come ragazzotti irrequieti (e lui saggio capitano), a tenere unita una squadra divisa intorno a una parola inconfutabile, a passare per mite, moderato e responsabile. E soprattutto a dare all’opinione pubblica un senso e un significato alla sua esistenza. Del tipo “siamo in burrasca, tutti fermi, non facciamo casino, poi si vede”.

 

La verità è che è invece una parola d’ordine nefasta e pericolosissima. E i messaggi a un paese (come ci ha insegnato Berlusconi) influenzano un paese molto più delle cose effettivamente fatte.
E in questo momento, di tutto questo paese ha bisogno, meno che di stabilità. Perchè in un momento del genere non bisogna lasciar intendere al paese che è meglio attendere, rattoppare il rattoppabile, in vista di tempi migliori.
C’è da rimboccarsi le maniche, avere in mente progetti, ripensare le cose e fare scelte coraggiosa.
Da chi ha una pizzeria in puglia, il giovane laureando, il trentenne a Torino in cerca di un futuro, il cassintegrato, l’imprenditore, il farmacista, tassista, avvocato, medico, grafico, pensionato e casalinga. Il messaggio dovrebbe essere: è successa una crisi epocale, il mondo si è rivoltato come un calzino, non rimanete fermi, non aspettate che torni tutto come prima, non è una tempesta che passa. E’ passata, ha sconvolto mezza Europa, ora il campo è questo: giocate una partita nuova.
Inventate modi nuovi, create reti, modelli, dinamiche e pratiche nuove.
Dite a vostra sorella finalmente che il marito è gay, chiudete quel ristorante che le tovaglie bianche non si portano più, e non iscrivete vostro figlio a una delle 800 facoltà inutili che abbiamo inventato.
Voi fate questo, e lo stato vi è vicino. Che apriamo tutti insieme un capitolo nuovo.
Questo è il messaggio che vorrei sentire.
Forse perchè ho 30 anni, e non sia mai la mia vita (come quella di molti) rimane “stabile”. Sarebbe una tragedia.

 

A volte ritornano

La nuova home del Daily Beast è uno dei tanti piccoli passi che si vedono nei layout delle homepage ultimamente. Ovvero immagini più grandi, cura del font, layout ariosi, lunghissimi. E, per così dire, a “più tempi” di lettura via via che si scrolla. Insieme a dei layout interni diversificati per tipologia di post, strilli, impaginazione delle imagini.
In sostanza con il tempo le testate online stanno riprendendo delle caratteristiche della carta stampata, a cui per ragioni tecnologiche in principio avevamo abdicato.
E’ una buona notizia: non si butta via tutto quando si passa al nuovo, e alcuni consigli della nonna sono sempre validi.

La geolocalizzazione di Tonino

Il ragionamento di un napoletano è il seguente: il parcheggiatore abusivo è una tassa obbligatoria, esattamente come le strisce blu. Ma con alcune sostanziali differenze:

  • Il primo offre un servizio, viene da te, ti saluta, chiude la portiera, ti guarda la macchina e ti evita di pagare le strisce blu. Il tutto per la modica cifra di 2/3 euro, tempo illimitato. E quando gliele dai, sai che così fa la spesa e paga l’affitto.
  • Il secondo non è un servizio, è una macchinetta infernale che irragionevolmente pretende 2 euro (cada ora!), per restituirti in cambio un misero foglietto, che devi pure cancellare tu a mano, sporcandoti la camicia nuova.  Non ti saluta, non ti guarda la macchina e non ti chiama manco “dottò”. E se lì intorno ci fosse per caso una telecamera del medesimo proprietario (lo Stato) quest’ultima servirà a metterti una multa, non a vedere chi t’ha ammaccato la macchina. E se per caso gli dovessi dare dei soldi, stai sicuro che nella migliore delle ipotesi serviranno a comprare un’altra telecamera, e a metterti un’altra multa.

Conti alla mano, non c’è nessun dubbio che in un regime di concorrenza (quello che vige a Napoli a riguardo) vinca il primo. E in un regime di libero mercato a qualcuno deve essere sembrato sacrosanto che il consumatore abbia, all’occorrenza, una mappa molto chiara dell’offerta.

Se ci pensate, non fa una piega.

 

Piacere, Massimo Stampa

Oggi Massimo Gramellini è arrivato su twitter. Il che non è una gran notizia.

Quello che invece ho notato con grande sorpresa è che il suo profilo ufficiale, nome e cognome, è gestito dalla Stampa. E che la Stampa lo fa con molti dei suoi autori di punta. Compreso il logo dell’azienda come sfondo della pic.

A prescindere dall’ovvia constatazione che questo è un  modo broadcast di concepire i social, nessuno interagirà con Gramellini come fosse davvero lui, e quel profilo non genererà la stessa qualità di engagement di un account gestito personalmente. Pubblicherà, come faceva un vecchio ufficio stampa.

Ma a prescindere da questo, c’è da registrare che una cosa del genere è un cortocircuito non da poco del rapporto persona/azienda. Qui il volto di una persona è brandizzato, le sue relazioni, il suo nome e cognome. Non quello che lui fa (che è normale) ma qualcosa di molto simile a quello che lui è. Voglio dire: cosa succede il giorno che Gramellini va in pensione o si licenzia? Di chi è l’account? Dell’azienda, di lui, o suo?

Forse ne apre un altro, “di persona personalmente”, e faranno a gara a chi, per primo, twitterà “buongiorno”.

 

 

 

 

ps. sarà che sono uno che su twitter non segue brand, solo ed esclusivamente persone, ma di una cosa nella vita sono certo: non darei la gestione del mio profilo a una azienda nemmeno se mi coprissero d’oro.