Baden Pailthorpe

Baden Pailthorpe ha preso un videogioco di guerra fra talebani e americani. L’ha craccato (dio sa come) e ha cominciato a comporre strategie militari come fossero coreografie. Ha preso quelle iconcine da videogioco, quei militari tutti uguali, e li ha messi a danzare in una terra anonima. Avviluppandole in fila, su colline e steppe, come disegni calmi ammollo in una pace metafisica.

Truppe che diventano file silenziose in un silenzio vuoto. Lì dove c’era il caos di una battaglia infinita, lui disegna un ordine mite, e ipnotico . Come fosse un sogno virtuale ma, al contempo, bellissimo.


Hollow

 

Come molti sanno Bjork  nell’ultimo album ha fatto degli esperimenti fra la musica e le nuove tecnologie biomediche, rappresentazioni tridimensionali di DNA, proteine, mescolate al ritmio (bioritmo) e altre diavolerie. Ne ha tirato fuori un app, delle basi musicali e un video. Quello che stupisce sempre, di Bjork, è la sensibilità  visiva dietro cui nasconde una progettualità raffinatissima e metodica sulla quale, poi, finisce sempre per inanellare un capolavoro dietro l’altro.

Bjork’s video and app,

http://youtu.be/Wa1A0pPc-ik?

One Hundred and Eight

One Hundred and Eight è una installazione di Nils Volker, un muro di sacchetti di plastica che si gonfiano e sgonfiano, a ritmo di un respiro umano. All’avvicinarsi di un essere umano, le buste che gli sono di fronte smettono di gonfiarsi. Come fosse un animale che si nasconde, al passare di un predatore.

 

 

Street Art araba

Sarà per via della calligrafia, ma la streetart in arabo perde l’accezione fumettistica e ne guadagna in astrattismo e in bellezza.

VIAArab streetart is more beatyfull and abstract.

VIA

L’europa vista da lìL’europa from there

Benchè noi da qui non ce ne rendiamo conto, l’Europa è per la maggior parte dei paesi del mondo un luogo tecnicamente irraggiungibile.  C’è gente che non può nemmeno venire a visitare un parente, o vedere per una volta la Tour Eiffel. Blu (un bravo graffitista, merce rara) disegna il filo spinato invisibile che ci separa da quei milioni di persone che anelano questa terra, da lì’ fuori.Blu

Treccani di emozioni

Mi sono rotolato in settemila letti, ho sedotto ovunque e comunque, come l’aeroplano che lancia le bombe a grappolo, ho baciato modelle nude e statuarie nei vicoletti di Capri, con la gente che poteva scoprirci da un momento all’altro, ho fatto la pipì addosso a due gemelle tedesche in una frazione di Hannover, ho scopato nel cesso sporco della stazione con Mafalda d’Amburgo, una delle nobildonne più snob, raffinate e inaccessibili che siano mai esistite, ho posseduto hostess americane in fondo all’aereo nella notte transoceanica che non si toglievano neanche il cappellino della divisa mentre si producevano in plastiche posizioni e che poi riattaccavano come se nulla fosse a servire Martini dry, ho visto e pianto l’immensità di Beatrice da tutte le angolazioni dell’universo sessuale e sentimentale, ho violato con abili aggettivi e tesi inoppugnabili la crisi religiosa di una novizia che se la faceva al santuario della santissima Addolorata di Monterotondo, ho preso da dietro sulla sua scrivania la mia commercialista mentre inventariava un negozio di stoffe orientali, ho tirato fuori dalla camicetta il morbido seno dell’assistente della mia avvocatessa la prima volta che sono andato in carcere, mi sono fatto una fan in camerino nel giorno stesso del suo matrimonio con lo sposo che l’aspettava fuori dal camerino, ignaro e felice mentre si fumava una Kim e sognava la spiaggia e l’acqua tiepida delle Maldive, mi sono fatto la proprietaria di un lussuoso appartamento in ristrutturazione ai Parioli sotto gli occhi sospesi e grigiastri di quattro operai più il capomastro, ho avuto vergini e ninfomani spappolate da troppi uomini, ci ho dato dentro per quattro ore e mezza con una che non aveva un orgasmo dal 1963, non crederete certo che glielo abbia fatto avere io? Mi applico, è vero, ma so fallire con stile e sincerità, ho accarezzato furtivamente il culo abnorme di una proprietaria terriera nel preciso istante in cui firmava il suo testamento davanti ad un notaio sereno ma intransigente, ho avuto una lillipuziana che si era ritirata in Provenza dopo faticosi anni circensi, ho attraversato l’arco immenso e sconvolgente che parte dalla perfezione disumana delle linee del corpo di una cantante lirica della Florida fino ad arrivare a un’orfana bulgara solcata da diciotto profonde cicatrici che, nella sua nudità, ricordava la carta stradale di Los Angeles, ho elargito ditalini violenti o delicati a seconda delle circostanze ad un numero indefinito di donne con la stessa disinvoltura e noncuranza delle maschere anziane che staccano i biglietti al cinema. Ho scopato sott’acqua con almeno sedici esseri femminili, ci ho dato dentro nei gommoni col mare forza sei,ho avuto mantenute, commesse, puttane, scrittrici di seconda fascia, lesbiche, frotte di studentesse di ragioneria, qualcuna del classico, armate rosse di cameriere d’albergo,una ginnasta cecoslovacca, alcune contadine danesi, madri in cassa integrazione disintegrate dalla noia del far niente, farmaciste dedite alla cocaina, vegetariane che mettevano a dura prova la mia erezione con orde d’incenso disseminato nella casa, ho avuto le mogli di tutti gli altri e pure una volgarissima pilotessa di elicotteri, due maestre dell’asilo insieme durante la ricreazione, e sto snocciolando solo un sedicesimo del repertorio, ebbene, nonostante tutta questa Treccani di emozioni io non sono mai stato così impressionato, colpito, tramortito, demolito, eccitato come in questo momento per le parole appena pronunciate da Rita Formisano. Ma perché?

 

Paolo Sorrentino – Hanno tutti ragione

 

 

Louise Despont

Louise Despont disegna trame inafferabili. Drawings, come si dice, che non sono altro che prospetti (o tappeti) in cui sopravvivono grafie ataviche, e senza memoria. Un po’ tecniche, un po’ decorative, a volte liberty, altre esoteriche, altre ancora arabe. In fondo sono solo disegni su carta fuori dal tempo, che non sia il tempo dell’astrazione geometrica.

Louise Despont

Le icone di Susan Kare

Susan Kare è quella che ha inventato e disegnato sostanzialmente la maggior parte delle icone che ci accompagnano tutti i giorni. Il cestino, la cartella, il documento, il pennello, secchiello e l’orologio. A ben pensarci, dopo 30 anni, questa ragazza di New York figlia di un college d’arte, ha pensato il vocabolario visivo del nuovo millennio: i geroglifici di un alfabeto digitale globale senza lingua, senza suono, senza parola.