L’europa vista da lìL’europa from there

Benchè noi da qui non ce ne rendiamo conto, l’Europa è per la maggior parte dei paesi del mondo un luogo tecnicamente irraggiungibile.  C’è gente che non può nemmeno venire a visitare un parente, o vedere per una volta la Tour Eiffel. Blu (un bravo graffitista, merce rara) disegna il filo spinato invisibile che ci separa da quei milioni di persone che anelano questa terra, da lì’ fuori.Blu

Treccani di emozioni

Mi sono rotolato in settemila letti, ho sedotto ovunque e comunque, come l’aeroplano che lancia le bombe a grappolo, ho baciato modelle nude e statuarie nei vicoletti di Capri, con la gente che poteva scoprirci da un momento all’altro, ho fatto la pipì addosso a due gemelle tedesche in una frazione di Hannover, ho scopato nel cesso sporco della stazione con Mafalda d’Amburgo, una delle nobildonne più snob, raffinate e inaccessibili che siano mai esistite, ho posseduto hostess americane in fondo all’aereo nella notte transoceanica che non si toglievano neanche il cappellino della divisa mentre si producevano in plastiche posizioni e che poi riattaccavano come se nulla fosse a servire Martini dry, ho visto e pianto l’immensità di Beatrice da tutte le angolazioni dell’universo sessuale e sentimentale, ho violato con abili aggettivi e tesi inoppugnabili la crisi religiosa di una novizia che se la faceva al santuario della santissima Addolorata di Monterotondo, ho preso da dietro sulla sua scrivania la mia commercialista mentre inventariava un negozio di stoffe orientali, ho tirato fuori dalla camicetta il morbido seno dell’assistente della mia avvocatessa la prima volta che sono andato in carcere, mi sono fatto una fan in camerino nel giorno stesso del suo matrimonio con lo sposo che l’aspettava fuori dal camerino, ignaro e felice mentre si fumava una Kim e sognava la spiaggia e l’acqua tiepida delle Maldive, mi sono fatto la proprietaria di un lussuoso appartamento in ristrutturazione ai Parioli sotto gli occhi sospesi e grigiastri di quattro operai più il capomastro, ho avuto vergini e ninfomani spappolate da troppi uomini, ci ho dato dentro per quattro ore e mezza con una che non aveva un orgasmo dal 1963, non crederete certo che glielo abbia fatto avere io? Mi applico, è vero, ma so fallire con stile e sincerità, ho accarezzato furtivamente il culo abnorme di una proprietaria terriera nel preciso istante in cui firmava il suo testamento davanti ad un notaio sereno ma intransigente, ho avuto una lillipuziana che si era ritirata in Provenza dopo faticosi anni circensi, ho attraversato l’arco immenso e sconvolgente che parte dalla perfezione disumana delle linee del corpo di una cantante lirica della Florida fino ad arrivare a un’orfana bulgara solcata da diciotto profonde cicatrici che, nella sua nudità, ricordava la carta stradale di Los Angeles, ho elargito ditalini violenti o delicati a seconda delle circostanze ad un numero indefinito di donne con la stessa disinvoltura e noncuranza delle maschere anziane che staccano i biglietti al cinema. Ho scopato sott’acqua con almeno sedici esseri femminili, ci ho dato dentro nei gommoni col mare forza sei,ho avuto mantenute, commesse, puttane, scrittrici di seconda fascia, lesbiche, frotte di studentesse di ragioneria, qualcuna del classico, armate rosse di cameriere d’albergo,una ginnasta cecoslovacca, alcune contadine danesi, madri in cassa integrazione disintegrate dalla noia del far niente, farmaciste dedite alla cocaina, vegetariane che mettevano a dura prova la mia erezione con orde d’incenso disseminato nella casa, ho avuto le mogli di tutti gli altri e pure una volgarissima pilotessa di elicotteri, due maestre dell’asilo insieme durante la ricreazione, e sto snocciolando solo un sedicesimo del repertorio, ebbene, nonostante tutta questa Treccani di emozioni io non sono mai stato così impressionato, colpito, tramortito, demolito, eccitato come in questo momento per le parole appena pronunciate da Rita Formisano. Ma perché?

 

Paolo Sorrentino – Hanno tutti ragione

 

 

Louise Despont

Louise Despont disegna trame inafferabili. Drawings, come si dice, che non sono altro che prospetti (o tappeti) in cui sopravvivono grafie ataviche, e senza memoria. Un po’ tecniche, un po’ decorative, a volte liberty, altre esoteriche, altre ancora arabe. In fondo sono solo disegni su carta fuori dal tempo, che non sia il tempo dell’astrazione geometrica.

Louise Despont

Le icone di Susan Kare

Susan Kare è quella che ha inventato e disegnato sostanzialmente la maggior parte delle icone che ci accompagnano tutti i giorni. Il cestino, la cartella, il documento, il pennello, secchiello e l’orologio. A ben pensarci, dopo 30 anni, questa ragazza di New York figlia di un college d’arte, ha pensato il vocabolario visivo del nuovo millennio: i geroglifici di un alfabeto digitale globale senza lingua, senza suono, senza parola.

Una casa qualsiasi

(un racconto scritto partendo da alcuni lavori di Vedovamazzei)

Occhi rossi, di quelli che ti sei svegliato troppo presto, gli occhi di Assan.
Due macchine da spostare, per chi deve partire presto la mattina.
Fuori nel parcheggio le 5 di mattina di una notte qualsiasi, di un fine turno qualsiasi, di un autunno qualsiasi. Una macchina ferma ad aspettare, un tipo che si fa lanciare delle chiavi da una finestra, un gatto, un signore anziano con una donna giovane, il suono di qualche lavastrade, e un sacco di marciapiede sotto i piedi.
Assan cerca qualcosa nelle tasche, come un accendino.
Pensa che gli piacerebbe incontrare una donna con la gonna, quando cammini dietro una donna con la gonna, e il battito secco dei suoi tacchi, il tempo passa più veloce. E fantasticando sulla sua vita, eviti di pensare a cose inutili.

Un cane gli attraversa la strada, lì accanto, e comincia a pisciare su un mucchio di bottiglie di vetro vuote. Facendo una specie di rumore ridondante, come quando innaffi un’edera. Poi gli viene vicino ai piedi, lo guarda, e Assan un po’ sorride perché addosso ha un collare di fil di ferro, una specie di collana per bambine che si attorciglia davanti come un papillon da teatro. Si rimette a camminare e il cane lo segue. Uno strano tipo li guarda stranito e lui blatera un inutile “non è mio”. Il cane abbaia. Lui si gira. Il cane si allontana dietro una macchina e ci sale su. Poi, scendendo, incespica fra vetro, tergicristalli, targa. Rotola e cade. Torna da Assan, “ma che vuoi da me?”. Il cane, infastidito, si gira e se ne va. Assan, forse un po’ offeso per l’abbandono, decide di seguirlo per qualche metro. Il cane accelera, lui corre, e finiscono come due esuli in un cortile lì dietro. Il cane sale, entra in una casa, ed entrando con la zampa si toglie il guinzaglio. Lasciandolo lì, come fossero le scarpe, all’ingresso. È una sorta di cucina di quelle con le piastrelle bianche piccole, leggermente sfaccettate ai bordi, su cui si deposita la polvere come una texture involontaria. Assan gira lo sguardo, e si accorge che quella luce, lì nella notte, viene da sotto il tavolo. E che una delle sedie, lì, in quella cucina, ha una lampadina come piede, che a sedersi si sarebbe spenta. E un filo lungo che dal piede se ne va a cercare il soffitto, al centro, lassù in alto. Come una cima cerca il suo molo.
Si tocca nelle tasche, non si sa perché, mentre una pentola troppo nuova per quella cucina se ne sta sul fornello, con dentro un uovo all’occhio di bue appena cotto, e dentro il rosso l’arancione di un mozzicone spento. Annegato nel cuore della faccenda.
Assan continua a cercare nelle tasche del jeans, come un uomo in mezzo al niente. Si gira, come se avesse perso qualcosa lì in quella casa e dovesse andare a ripescarla chissà dove.
Sale su, per le scale di legno. Una finestra sembra indicare sbilenca la pendenza dell’ascesa e della fatica.
E sopra, una sorta di piccolo studio. Un tavolo con sopra la mappa di una città piegata a ventaglio, una collezione erotica di accendini, e una penna con una palla di gomma pane, ad aiutare la presa e cancellare la scrittura. Due sedie ‘baciate’ si guardano come una panchina di amanti.
E di fianco una libreria, con i libri a dare le spalle, come per protesta. O dissenso culturale. E sopra scarabocchi anarchici, come a scuola, sghignazzano un’altra storia e un’altra umanità: più innocua.
Dietro una piccola tenda, fatta di cartine di sigarette incollate una sull’altra come una fisarmonica di carta, un soggiorno con un divano rosso graffiato dal cane. E un tavolo su cui nastri adesivi si rincorrono come atleti, in gara, a chi arriva prima. Inutili e vacui, come tutte le competizioni.
Dietro il tavolo una porta. Attaccata al muro, come un’altalena, dondola prima di aprire i battenti.
Dietro la porta un letto, e dietro le lenzuola una donna.
Assan si ferma. Cerca qualcosa nelle tasche. Si siede. Guarda la donna, e quei capelli ricci che disegnano il bianco di un cuscino troppo scemo.
Si toglie le scarpe, e i calzini, per non far rumore. Si stende sul letto, lì di fianco, lei schiude gli occhi per un secondo, come in un assenso.
Assan si guarda i piedi e quelle vene che, gonfie, seguono i tendini. E si addormenta, pensando che la vecchiaia comincia a farsi viva nelle estremità.
Come tutte le cose, comincia in periferia.

 

Claudia Koll intervista Gino de Dominicis

Claudia Koll (così fan tutte) intervista Gino de Dominicis. La risposta più bella è:

CK:Cosa ne pensa dell’arte americana?

GdD: Nei movimenti americani (pop art, minimal art) aggiungono sempre il suffisso “art”.Altrimenti non si capirebbe.