Mare magnum

A guardare la distribuzione geografica del voto negli Stati Uniti, non si possono avere molti dubbi sull’effetto dello Iodio sull’intelletto umano.

30 anni fa

“La strategia di Apple è molto semplice. Quello che vogliamo fare è mettere un computer incredibilmente grande in un libro che si possa portare con sé, e imparare a usarlo in 20 minuti. Questo è quello che vogliamo fare e vogliamo farlo in questo decennio. Vogliamo metterci un collegamento radio in modo che non ci si debba connettere a nulla per essere in connessione con tutti i grandi database e gli altri computer. “

Steve Jobs, nel 1983 (83!)

Il wellfare ai tempi degli illiri

“Per dire, ecco come risolvevano il problema del matrimonio gli Illiri. Dunque, schieravano le ragazze da marito in piazza, tutte, in ordine, dalla più bella alla più impresentabile. Poi iniziavano a mettere all’ asta la più bella: chi offriva di più se la portava via. Il denaro veniva messo da parte. Quando si arrivava al mediobrutto, le offerte iniziavano a latitare. E c’ era sempre il momento in cui, per la Gina, nessuno offriva niente. Allora si prendeva il denaro messo da parte e si iniziava a fare un’ asta al contrario. Gina più conguaglio. Chi si accontentava del più modesto, la sposava. Se avevi la pazienza di aspettare l’ ultima, e magari eri cieco, te ne partivi ricco sfondato. «Il denaro», annota compiaciuto Erodoto, «proveniva dalle ragazze belle, e così le belle procuravano il marito alle brutte e alle storpie».”

 

VIA

New Aesthetic

Un po’ di tempo fa Bruce Sterling ha pubblicato questo breve saggio su quello che oggi molti chiamano la “New aesthetic”. Ovvero la trasformazione del nostro immaginario visivo in un mondo digitalizzato, e gli effetti che questo ha indotto nelle arti visive (dall’arte alla grafica per capirci). E’ un tema che amo molto, ed era un po’ un peccato che non fosse visibile da nessuna parte una traduzione in italiano. E così eccola qui. 

 

(Una sola nota: notate lo stile con cui è scritto: disordinato, sgrammaticato, scomposto, parlato, forse persino sciatto. Scrivere per dire qualcosa, senza tanto stare lì a pensare al come . Butta giù frasi una dietro l’altra, come scrollate dalla testa, e inventa persino gli aggettivi, per non perdere tanto tempo a trovare quelli giusti. Ogni tanto si rivolge anche al lettore, tanto per assicurarsi che stiamo capendo. E’ come se stesse scrivendo con una urgenza, una fretta, e una foga, che non ha nessun tempo per limature e questioni formali. Lezione da prendere e portare a casa. )

 


Ho visto il gruppo della Nuova Estetica al South di Southwest 2012. E’ stato un evento significativo e una cosa buona da vedere. Se non sai nulla della “Nuova Estetica”, o se non hai idea di che cosa sia “SXSW”, è necessario che ripari subito la tua ignoranza. Vatti a vedere questo:

http://booktwo.org/notebook/sxaesthetic/

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Ora, so bene che molte persone non sono mai tornate dal link che ho messo quissù. C’è abbastanza materiale da abbindolarvi per un bel po’. Sono contento che non ci siete più, perché avevo intenzione di scrivere un lungo saggio molto ponderato, per voi altri. Voi, il popolo che si lascia marinare in un esegesi critica di 5.000 parole sull’estetica contemporanea.

Voi che siete rimasti e siete dei lettori di blog estremamente determinati, o sapete già qualcosa sulla nuova estetica. Come me, molto probabilmente, l’argomento vi eccita. Alcuni di voi forse facevano parte di quella piccola elite presente fisicamente nel pubblico durante SXSW2012, e speravate di non essere voi a dover scrivere questo tema #sxaesthetic.

Voi sapete già chi siete. Anche io lo so. Mettiamoci comodi e sbrighiamo la faccenda.

Joanne McNeil di Rhizome aveva ragione quando alla SXSW ha detto che cose come la Nuova Estetica capitano spesso. Effettivamente succedono, ma noi non le vediamo molto in giro, al giorno d’oggi. La nuova estetica è solo una del suo genere: è l’equivalente degli inizi della fotografia per gli impressionisti francesi, o come il film muto per i costruttivisti russi, o come l’astrazione dinamica per i futuristi italiani.

Modernità

“Mi viene in mente che non posso essere un architetto moderno perchè sono un architetto mediterraneo.
La “modernità” non è stata forse inventata dai popoli del nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero? “

Sottsass

Erwin Wurm

(Questo è un articolo che ho scritto per Inventario, una rivista pubblicata da Corraini e diretta da Beppe Finessi)

A ben pensarci, Erwin Wurm ha tutte le carte in regola per essere definito uno scultore classico. Usa di continuo la figura umana, esasperandone le possibilità, schernendone i gesti, dissacrandone il corpo: penne nel naso, vestiti improbabili, donne appese, contorsioni con gli oggetti. Distorce e contrae volumi, pesi e masse, gonfiando macchine, schiacciando panini, sciogliendo grattacieli. Intraprende la sempiterna battaglia (donchisciottesca) contro la staticità della materia, piegando verso l’acqua la prua di una barca, o inarcando un camion come una leggera pattinatrice russa. Utilizza icone, quasi mitologiche, di una riconoscibile quotidianità (sedie, tavoli, automobili, scope, case), restituendoci di ognuna sempre il lato beffardo o goffo. Mai ovvio. Provocazioni il cui sarcasmo disvela sottili crudeltà. In ultimo, come ogni scultore classico che si rispetti, regala qui e là sguardi sociali e politici, fumetti la cui surrealtà appare come distorsione di una società ahimè già grottesca.
E a ben pensarci, guardando “Narrow House”, uno dei suoi ultimi lavori, e l’ossessionata precisione della messa in scena, ci si ritrova dentro tutto questo. Un volume distorto fino a diventare sottile come un muro, tòpos (la casetta, tetto e tegole comprese), il sociale (l’invivibilità), l’animazione di uno spazio sull’asse di un movimento e l’ironia con cui disegnare un’amara inabitabilità. Il tutto con un unico semplice gesto: la contrazione volumetrica di una casa. Con tutto quello che ne consegue: libri, divani, piani cottura, gabinetti e mensole. Manca solo l’uomo. Ma quello basta immaginarlo, sorriso stampato in faccia, guardandosi riflessi nel dorso di un cucchiaio.

PERCHÈ L’ARTE COSTA COSÌ TANTO

Si fa un gran parlare, negli ultimi dieci anni, dei prezzi esorbitanti del mondo dell’arte contemporanea. L’esplosione è dovuta all’ingresso nel mercato di un numero molto maggiore di acquirenti, con disponibilità economiche molto maggiori, attraverso canali di vendita molto maggiori (aste e fiere). E soprattutto per una ragione economica evidentemente palese ma nondetta: l’arte è un investimento finanziario molto interessante.

Une elevata somma di liquidità può essere facilmente investita avendo un enorme plusvalore non tassato, un basso livello di rischio e un costo nullo di gestione.

Per provare a capire perché, basta paragonare il medesimo investimento al corrispettivo immobiliare o finanziario.

Per dire:

Avendo capitale 100 (esempio) un investimento immobiliare comporta una spesa (notarile, di tasse, ristrutturazioni, eccetera) pari mediamente al 20% dell’acquisto. A fronte di un redditività del capitale che è all’incirca il 10% annuo. Rendita tassata al 20%, più Imu, manutenzione gestione e tasse varie, diciamo una rendita netta del 7%.

A fronte di un investimento di 100, dopo dieci anni il mio capitale è diventato 170.

Se fai un investimento finanziario, qui è più complicato (obbligazioni, fondi, misti, azioni, private banking), diciamo che l’investimento a fronte di un rischio maggiore può arrivare, massimo, a rendere 200/300, poco più di un investimento immobiliare. Con una tassazione al 12%.

Entrambe le soluzioni significano, con i controlli vigenti nei paesi occidentali negli ultimi 15 anni, che il capitale iniziale è perfettamente dichiarato, trasparente e tracciabile.

E se, invece, investissi in opere d’arte?

Qui, il discorso, è molto più complicato ma estremamente più interessante finanziariamente.

A fronte di un investimento su un artista il capitale 100 in dieci anni sarebbe cresciuto, a seconda dell’artista, da 3 a 50 volte.

Su un artista stracerto (Wharol, per dire) fino a 5 volte. Su un artista 10 anni fa passabilmente sicuro (un Cattelan, un Hirst) ci sarebbe stato un plusvalore di 10 volte. Su un artista 10 anni fa molto incerto (pensiamo a una Whiteread, Eliasson) avrebbe avuto un plusvalore fino a 50 volte superiore. Investo 100, mi ritrovo 5000.
In sostanza, su 100 di capitale investito, avrei nel tempo un capitale rivalutato da  500 a 5000.

Il tutto senza che sul plusvalore ci sia nessuna tassazione, una magia finanziaria oggi non da poco. E il tutto, soprattutto, senza che sul capitale investito ci sia nessun controllo. Una semplice trattativa privata, senza notaio e, nella maggior parte dei casi (vedere per credere) sostanzialmente in nero.

E’ possibile investire 100 di liquidità nascosta (nera, o volendo persino illegale) e ritrovarsela rivalutata di 20 volte, dopo dieci anni, pulita. Una magia così, è possibile solo nel mercato dell’arte contemporanea.

Non ci sono molti dati pubblici in merito (come è ovvio), ma chi oggi ha la curiosità e la voglia di ficcare il naso nelle vite delle gallerie in giro per il mondo, chi conosce i nomi dei collezionisti, o chi ne ha ha viste personalmente, sa che è un mondo abitato da industriali difficilmente detiti a investimenti culturali d’altro tipo (libri, cinema, musica). Conosce le figure dei buyer, ovvero chi acquista opere per altri, a solo scopo finanziario. E conosce i redditi dichiarati delle gallerie, a fronte del valore degli artisti trattati. E un po’, a naso, sente molta puzza.

Il tutto delinea un panorama economico finanziario molto discutibile, lo stesso di cui oggi soffre la grande economia occidentale.

Premesso che questo non è, ovviamente, il totale del mondo dell’arte (come tutte le cose vive di distinguo) ma ne è la malattia oggi più visibile, pervasiva e lesiva.

Evitando di pensare quanto questo sia lesivo di un sistema culturale (per evitare qualsiasi moralismo) è evidente che avere un mercato orientato e costruito ad hoc su un target (il collezionista) il cui fine non è il prodotto in vendita, ma l’economia finanziaria di contorno, è esattamente la malattia speculativa che sta affossando l’occidente.

Perché ogni mercato è sano nel momento in cui la domanda è sana. L’offerta, poi, va da se.

MI È CADUTA SULL’UCCELLO

Nel nuovo logo di Twitter l’uccello perde il lato fumettistico, buffo e simpatico, perde il ciuffo da ragazzino, e diventa tutto a un tratto un uccello serio, composto, con le ali spiegate, la schiena dritta e lo sguardo in avanti. E’ diventato tutto a un tratto adulto, serio, e quindi inevibilmente più noioso.