Markus Kayser



Articolo apparso su Domus

 

Checché se ne dica, oggi il mondo viaggia a velocità multiformi. Parte del mondo produce, parte del mondo consuma, parte del mondo pensa come produrre e come consumare. E, soprattutto, una parte del mondo pensa come produrre e come consumare meno.
Siamo abituati a leggere quel mondo come un mondo applicativo, in cui l’urgenza collettiva è incanalare le alternative di produzione e consumo nei circuiti maggioritari e diffusi, per toglierle dalle soffitte dei laboratori: le buste di plastica riciclabili, il solare sul tetto, l’acqua a km zero, e via dicendo. E ogni tanto dimentichiamo che dietro tutto questo, prima e oltre, in quelle soffitte, ci sono gli inventori. I Leonardo di oggi. Quelli la cui spregiudicatezza avanguardista disegna il terreno senza cui nessun futuro è ipotizzabile.
Markus Kayser è, in un certo senso, uno di questi. Anche se lo è in un modo oggi piuttosto diffuso: non è né un uomo della scienza, né dell’arte, né della ricerca né propriamente del design. E quei “né” sono la cifra del suo lavoro e, forse, la cifra stessa delle invenzioni.

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Ultimamente ha costruito uno strano marchingegno apparentemente inutile, ovvero una macchina a controllo numerico alla cui estremità è posta una sfera che convoglia i raggi solari in un punto in cui si raggiungono temperature fra i 1200 e i 1600 gradi. In quel punto, puoi tagliare o fondere. Il braccio della macchina è mobile, e si sposta sui tre assi sempre grazie all’energia solare, rendendo quindi l’intera operazione energeticamente autonoma.
Con questa specie di robot Markus ha tagliato il legno, fabbricato occhiali, e stampato tridimensionalmente ampolle di vetro, usando come materia prima la stessa sabbia su cui poggiava la sua macchina.
In sostanza, il risultato sembra una di quelle palle di vetro che contengono un ecosistema autosufficiente: basta un po’ di luce, e dentro gamberetti e alghe sopravviveranno in eterno. Se prendi il Solarsinter (così si chiama) e lo metti nel deserto, lui funzionerà in eterno finché la sabbia, sotto di lui, non sarà diventata un deserto di ampolle di vetro.

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Come si vede, il Solarsinter è un messaggio, più che un invenzione. Dal punto di vista scientifico ha una rilevanza parziale, dal punto di vista del design è un oggetto invendibile… ma da un punto di vista mediatico è rivoluzionario: un oggetto che racconta l’oggi, solleva un problema e pone interrogativi.
Lo guardi e pensi che potrebbe essere energeticamente autonoma qualsiasi cosa: il monitor che stai guardando, l’accendino subito sotto il tuo naso, e quel rumore di lavatrice lì in fondo.
Succede così che un video in rete giri, perché veicola messaggi, trasporta idee e linka mondi altri.

Anche perché, dietro il messaggio di eco sostenibilità di Markus, c’è un messaggio di condivisione open source. Perché l’hardware che fa girare il tutto è Arduino, ovvero una piattaforma inventata da Massimo Banzi per il phisical computer (e quindi l’interaction design) completamente rilasciata in condivisione. Scarichi le istruzioni su come assemblare i chip, scarichi il software, attacchi la spina e il gioco è fatto.
Per intenderci, Arduino rappresenta oggi un arnese che con costi ridottissimi rende possibili sperimentazioni prima impensabili, per scopi non commerciali. Sta movimentando artisti, autodidatti, ricercatori squattrinati, nei terreni più impensabili della progettazione di interfacce uomo macchina.

C’è Sandy Nouble che ha realizzato un pendolo che disegna capolavori automatizzati, Victor Mazòn che ha costruito un sintetizzatore (ma visivo) o David Browen che ha riprodotto con delle asticelle appese a un filo il moto reale delle onde nel mare.
Macchinari, di una semplicità quasi rinascimentale, dell’elettronica rudimentale: robot epifanici che accendono gli occhi, prima della mente.
Markus Kaiser è uno degli esempi riusciti di questo sottobosco di talenti dell’ingegneria d’arte, dell’estetica del progetto, dell’immaginario tecnico.

Oggi questo mondo di macchinari della fantasia dipana un universo progettuale d’avanguardia, il più interessante, il più dibattuto. Viene forse in mente quanto invece poco pensiamo agli uomini, all’anima (scusate la parola) presi dall’onda della tecnocrazia. Ma subito dopo appare chiaro che queste macchine sono sempre più uomo, sempre più anima, sempre più magia, e sempre meno macchina.

 





Post scritto da @roberto_marone il