Lorenzo (icona) Cherubini



Oggi Mantellini ha scritto un post su Jovanotti (che condivido, esclusa la parte su Jovanotti) e mi ha fatto venire in mente una vecchia cosa che scrissi, e che mi ero dimenticato di pubblicare. Eccola.

 

 

Premetto che di musica capisco in modo amatoriale, quindi non ne parlerò, ma l’esplosione degli ultimi tempi di Jovanotti mi ha fatto venire in mente un sacco di cose di questo paese, soprattutto della mia generazione in questo paese, che lo vede da sempre.

Un’altra piccola premessa: sono di Napoli, e di famiglia di sinistra, gli anni in cui arrivò nelle case Jovanotti erano anni della fine della prima repubblica, non c’era Internet, e il telefonino era una roba per ricchi, e medici. L’sms: un futuro da Blade Runner. Tanto per disegnare la cornice.

Ed erano anni, soprattutto per la mia generazione, almeno da quelle parti ma credo in tutta Italia, in cui o eri figlio di una famiglia conservatrice, cattolica, tendenzialmente piccolo borghese (quindi probabilmente democristiana). O avevi i genitori di sinistra, di quelli che da giovani si ascoltava i Rolling Stones, tua mamma era femminista, e bisognava essere “aperti”. Se nel 1992/94 eri adolescente, eri figlio o di uno che si era fatto il 68, o di uno che non se l’era fatto. O era stato con Berlinguer, e soffriva da matti per Berlusconi, o non lo era stato.

Poi si, come sempre, c’erano tante sfumature, ma in sostanza da bambino o finivi in una casa di quelle con i mobili antichi e i quadri dei faraglioni, o in una casa con i mobili modernisti e lo stereo in salotto.

Nel primo caso tua mamma era cresciuta con Mina in tv, e in casa cd manco a parlarne (al massimo qualche radiocassetta), e tu finivi per ascoltare Ramazzotti (o i Take That o Whitney Huston, a seconda), oppure tua mamma era femminista,  in casa avevi Joan Baez e Bob Marley, e allora finivi per ascoltare i Nirvana. Tanto per fare quello più ribelle dei tuoi.

Poi, forse, in famiglia c’era uno che ascoltava Michael Jackson, ma era un cugino o uno zio, una generazione prima di te, e dopo i tuoi: insomma un animale strano. Erano quelli nati negli anni 60: in fondo sono rimasti animali strani anche dopo.

 

Ecco questo,  non tanto in breve, è il disegno del mondo in cui vivevi in quegli anni, se eri un adolescente.

E in quel mondo lì, fra quegli adolescenti lì, io ho il ricordo netto, limpido, dell’arrivo di Jovanotti. E fu un arrivo oceanico, dirompente, come si direbbe oggi: “mainstream”. Nel giro di un paio d’anni lui era in tutte le case, e su tutti i diari, stropicciati e appoggiati su quel verde spento e indicibile dei nostri banchi. (che mi chiedo poi sempre chi l’abbia scelto, quel Pantone lì, a segnare i nostri ricordi).

E per quella generazione fu una piccola rivoluzione. Ti ritrovavi tutto a un tratto che quel mondo non esisteva più, e che i genitori, e l’aria che nel bene e nel male avevi respirato, era nuova.

Può sembrare eccessivo, ma fu davvero così, per chi se lo ricorda. Finiva che ti ritrovavi nei corridoi quella che andava matta per Gary dei Take That ( il suo panorama più esoterico era la gita con gli scout in Lucania) in prima fila a cantare a squarciagola “Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa, che passa da Che Guevera fino a Madre Teresa”. E poi ti ritrovavi il tuo amico che fino ad allora aveva cantato “hello hello, how low…I guess it makes me smile, i found it hard”, finire a scrivere sui diari “penso positivo finchè sono vivo”.

Non ci era riuscito nemmeno Vasco, in una cosa così, lui è rimasto per anni l’antiborghese, dissidente, emiliano, scomodo. Consumato in adolescenze comunque di ribellione. Lorenzo invece era di tutti, e tutti erano con lui, nei falò di tutta Italia, dalla mamma alla figlia.

Non sono, come sembra, cose da poco: avevamo 12/16 anni, più o meno, e cose che oggi sembrano insignificanti sono in quegli anni degli spostamenti tettonici. Jovanotti era riuscito a entrare nelle teste, di traverso, con una cosa che non esisteva prima, senza rompere niente,  e dentro quelle teste buttava acqua nuova. Non era il cadere del muro fra due mondi (che a quell’età non sapevi manco cosa fossero), non era dissidenza, ne una protesta, lui semplicemente inondò di una vitalità e di una energia per cui le carte con cui si giocava non erano più le carte sul tavolo, e il tavolo non era più verde pallido, ma azzurro cielo.

Il rap non era più di rivolta, le canzoni d’amore non erano più tristi, la chitarra non serviva più, parlare di religione non era democristiano, per fare il cantante non dovevi saper cantare, urlare non era maleducato, i jeans rotti una cosa normale, la melodia era inutile, e la barba non era di sinistra. E la serenata, persino la serenata, non era una roba dei nonni col mandolino.

Se avevi 14 anni, e non eri scemo, o pigro, quella roba quantomeno non ti era indifferente. Semplicemente perchè, non solo musicalmente, prima di lui giocavamo una partita, dopo ci siamo dovuti ridisegnare tutte le regole.

Questo non significa che Jovanotti ha cambiato una generazione (nessuno cambia niente, il mondo cambia da solo, e di conseguenza si ritrova e riconosce in altre cose), significa che noi cercavamo le domande e la grammatica del nostro tempo, e in quel momento Jovanotti fu il primo ad avere la forza di un vocabolario e una lingua per quella generazione, quando questa aveva ancora i brufoli, e aveva una voglia matta di avere i suoi, di sogni.

E per quanto sconclusionato, sgrammaticato, irrisolto, forse persino elementare, quel vocabolario era più simile a noi di qualsiasi altra raffinatezza finora propostaci. Quella generazione, allora poco più che bambina, aveva sete di un panorama nuovo e lui, volente o nolente, ne era il tratto più simile.

In fondo passati questi venti anni è quella stessa generazione, e quello stesso vocabolario, che ha infatti cercato, voluto e vissuto l’Erasmus (Estate 1992 anno dell’Europa unita delle mie delle tue vacanze), lo sfarinamento delle università (iscrivendosi in infinite diverse specializzazioni), la stessa che ha costruito il pubblico di internet, la stessa che ha rotto con qualsiasi ideologia, la stessa che ha smesso di essere “critica”, e ha cominciato a essere “costruens”. Quella che poi si è riconosciuta nei Radiohead, in Obama, nei blog, in Apple. Che ha vissuto l’immigrazione, che vive lontano da casa, che parlicchia inglese (siamo la prima), che va a ballare anche se è di sinistra, che guarda i film e le serie tv online, che non ha un rapporto perverso con gli USA (troppo filo, o troppo anti: Lorenzo aveva il giubbotto da baseball e la maglietta del Che). E quella che si è ritrovata la Cina a capo del mondo.

Insomma, in fondo, l’unica generazione che non ha memoria del muro di Berlino e forse, con un pelo di presunzione, la prima generazione dopo i 68ini a essere a cavallo con un mondo nuovo.

E se ci si pensa, lui (Lorenzo) è quella roba lì: il primo di uno di noi. Uno dei primi a tenerci uniti e saldi, uno dei primi a porsi domande diverse e risposte diverse, e a coniare le parole che avremmo usato poi tutti.

E già so che, nel bene e nel male, come mio padre mi parlava di Guccini, se avrò voglia di ricordare chi eravamo noi, prima dei ventanni, finirò per parlare di lui, ai miei figli.

 





Post scritto da @roberto_marone il