I commenti, facciamoli temporanei



Ultimamente si parla molto del problema dei commenti diffamatori, volgarissimi, che infestano la rete (soprattutto su politici e politica). Oggi, un bellissimo scambio fra Mantellini e Serra.
Perchè più o meno, ogni 10 giorni, salta agli occhi un casus belli. Poco fa la giornalista dell’Unità presa di mira da un sessismo orribile, e nei giorni scorsi Bersani, a cui centinaia di persone hanno augurato la morte sulla pagina de Il fatto.
C’è chi vuole più regole, chi chiama in causa le piattaforme (facebook, su tutte), chi propone di togliere i commenti da alcuni siti, e insomma, ognuno ha la sua posizione.

 

A ben pensarci, se entriamo in un bar e qualcuno dice “spero che Bersani muoia”, non gli diamo peso, pensiamo sia il solito cretino, e passiamo oltre, mentre se lo leggiamo sulla pagina Facebook del Fatto ci risulta una assurdità. In primo luogo perchè è la pagina di un giornale, e nell’intelligenza collettiva un giornale è una cosa filtrata, e autorevole, il bar sotto casa no. Ma anche per un secondo motivo, più sottile, ovvero che è “scritto”, ed è scritto in un luogo pubblico. E nella nostra cultura, per millenni, quello che è scritto ha peso.
Scrivere “ti amo” su un muro era, da ragazzini, molto più forte che dirselo. E più forte persino che scriverlo sulla smemoranda. Perchè scrivere in pubblico è per qualche ragione il gesto più totemico, simbolico, evidente. Più persone passeranno di lì (il bagno della scuola) più persone lo leggeranno, e più lo scrivo grande, più le possibilità che resti nel tempo aumenteranno.

Questo è il sottile meccanismo per cui il web ha esasperato i “vaffa”. Perchè dirlo al bar è una soddisfazione minima, scriverlo su una pagina pubblica è una goduria. E questo è anche il sottile meccanismo per cui ci indigna: sentirlo al bar è lo sfogo temporaneo di un fesso, leggerlo sulla pagina social di un giornale è testo pubblico.

Eppure, la verità è che i Social sono testo parlato, valgono come chiacchiera, sono pieni di errori, slang, neologisimi, e modi di dire. Li usiamo pensando di parlare, non pensando di scrivere. E soprattutto li usiamo in una logica pubblico/privato molto ambigua, e imperscrutabile. Li usiamo come un bar, ma in fondo è un testo che rimane, esposto (senza che ce ne accorgiamo) all’orecchio di centinaia/migliaia di persone.

 

Gli adolescenti, che sono più avanti di tutti, si sono accorti che il web ha troppa memoria, è troppo scritto, e non ha nessun senso che un messaggio duri un eternità. Sono passati a Snapchat (un servizio di messagistica senza memoria, cancella ogni tot gli scambi), capendo che quell’archiviare e salvare chiacchiere e like era un controsenso. Mi piace una foto, te la mando, è una cosa che finisce nell’arco della giornata: la mia prossima fidanzata non dovrà saperlo.
E’ un modo di usare il vantaggio del testo con il vantaggio della parola, e viceversa. La velocità del primo, e la temporalità del secondo.
Insomma, i ragazzi hanno risolto così.

Forse è un idea strana, e stupida, ma sono convinto che se i commenti fossero a tempo, come la parola e come Snapchat, sarebbero molti meno i fessi a sbraitarci su. Molti meno si sentirebbero offesi. E molti meno chiederebbero l’intervento dell’arbitro. Che in rete, fortunatamente, non c’è.

 

 





Post scritto da @roberto_marone il