(Questo è un articolo che ho scritto per Inventario, una rivista pubblicata da Corraini e diretta da Beppe Finessi)
A ben pensarci, Erwin Wurm ha tutte le carte in regola per essere definito uno scultore classico. Usa di continuo la figura umana, esasperandone le possibilità, schernendone i gesti, dissacrandone il corpo: penne nel naso, vestiti improbabili, donne appese, contorsioni con gli oggetti. Distorce e contrae volumi, pesi e masse, gonfiando macchine, schiacciando panini, sciogliendo grattacieli. Intraprende la sempiterna battaglia (donchisciottesca) contro la staticità della materia, piegando verso l’acqua la prua di una barca, o inarcando un camion come una leggera pattinatrice russa. Utilizza icone, quasi mitologiche, di una riconoscibile quotidianità (sedie, tavoli, automobili, scope, case), restituendoci di ognuna sempre il lato beffardo o goffo. Mai ovvio. Provocazioni il cui sarcasmo disvela sottili crudeltà. In ultimo, come ogni scultore classico che si rispetti, regala qui e là sguardi sociali e politici, fumetti la cui surrealtà appare come distorsione di una società ahimè già grottesca.
E a ben pensarci, guardando “Narrow House”, uno dei suoi ultimi lavori, e l’ossessionata precisione della messa in scena, ci si ritrova dentro tutto questo. Un volume distorto fino a diventare sottile come un muro, tòpos (la casetta, tetto e tegole comprese), il sociale (l’invivibilità), l’animazione di uno spazio sull’asse di un movimento e l’ironia con cui disegnare un’amara inabitabilità. Il tutto con un unico semplice gesto: la contrazione volumetrica di una casa. Con tutto quello che ne consegue: libri, divani, piani cottura, gabinetti e mensole. Manca solo l’uomo. Ma quello basta immaginarlo, sorriso stampato in faccia, guardandosi riflessi nel dorso di un cucchiaio.
Post scritto da @roberto_marone il March 19th, 2013








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