Quella che una volta si chiamava “digital art” sta diventando sempre più raffinata e visivamente colta. Alexander Calder, per dire, apprezzerebbe.
autore: Craig Allan
Quella che una volta si chiamava “digital art” sta diventando sempre più raffinata e visivamente colta. Alexander Calder, per dire, apprezzerebbe.
autore: Craig Allan
Se il livello salisse di 105 metri, il mare arriverebbe a Milano.
Una nave cargo vuota, con dentro solo alcuni scultori cinesi e un grande pezzo di marmo, salpa dalla Cina diretta a Parigi, e restituisce al termine del viaggio una colonna greca.
Questo è l’ultimo lavoro di Adrian Paci, che era già per me un artista eccezionale, ma oggi un po’ di più.
“Era come una misera nave che, sbattuta dalla tempesta, naviga senza sosta lungo la costa. Puntando al largo, controvento. Il porto le darebbe volentieri soccorso. Il porto è pietoso. Nel porto ci sarebbe salvezza, riparo, calore, cibo, coperte, amici. Tutto ciò che è gradito agli uomini. Ma in quella tempesta, il porto è per la nave il più terribile dei pericoli. Le basterebbe toccare un volta la terra, anche solo sfiorarla con la chiglia e da parte a parte si troverebbe a rabbrividire.
Con ogni forza spiega allora ogni vela, puntando al largo. E così facendo combatte con quel vento che volentieri la riporterebbe a casa e ancora una volta va a cercarsi l’assenza di terra, che è solo nei flagellanti mari, correndo alla disperata a cercar rifugio nel pericolo, suo unico amico, il suo peggior nemico.
Capisci adesso, Bulkington? Un bagliore tu devi aver veduto di una verità che mortalmente ci inquieta. Essa dice che ogni pensare serio e profondo, altro non è che l’intrepido tentativo dell’anima di conservare l’aperta indipendenza del proprio mare, mentre i venti più selvaggi del cielo e della terra cospirano per risbatterla indietro, sulle coste traditrici e servili. Perché soltanto nell’assenza di terra risiede la verità più alta, senza rive, senza limiti, come Dio. E per questo meglio è morire in quell’immane infinito, che ingloriosamente farsi gettare dal vento a terra, anche se quello sarebbe l’unico sistema per salvarsi.”
Herman Melville, Moby Dick
Ben Roberts è andato a fotografare i magazzini di Amazon. Piuttosto impressionante.
aggiornamento: qui un pezzo interessante uscito sul Financial Times
Quayola analizza i pixel delle immagini, ci scrive su strani algoritmi, le manipola, rimastica, e risputa fuori dei video. Qualche volta usa la natura, altre i quadri classici, e altre il moto delle cose. Ma non è tanto il punto di partenza, quanto quello che si chiama “Il processo” a essere interessante.
Il trailer del prossimo film di Sorrentino è, semplicemente, un capolavoro.
Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma io non volevo semplicemente essere un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire.
E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.
Un segretario di un partito dato largamente vincente perde sonoramente le elezioni. Porta il suo partito al minimo storico. Fallisce la trattativa con il secondo partito per formare un governo. Fallisce la trattativa con il terzo partito per formare un governo. Si vede rifiutare l’incarico di formare il governo dal Presidente della Repubblica. Blocca la formazione delle commissioni parlamentari per 50 giorni in attesa di chissà cosa. Chiude il dialogo con metà del suo partito decretandone in vista del congresso una insanabile crisi. E infine propone al parlamento un presidente della Repubblica che il suo stesso partito boccia.
Cos’altro deve fare un segretario di un partito per dimettersi?
Una delle cose più interessanti fra le esperienze visive della rete è quello che sta succedendo intorno al panorama delle Gif (è arrivato il momento di dirselo). C’è n’è per tutti: freak, nerd, gattini, animazioni, meme. Un enorme immaginario che vista la portata ha persino costretto Google a definirne le ricerche sul suo motore: animate.
Il calderone più bello, quello per cui io vado matto, e quello in cui Jamie Beck e Kevin Burg sono dei maestri, è quello che riesce a far stare sullo stesso piano l’arte (il quadro) e il cinema (la scena). Perchè in fondo la gif non riesce mai a essere video (non avendo storia) ma siccome contempla un qualche tempo, e quindi un qualche ritmo, conserva nel minimo della sequenza quella bellezza del nondetto dell’immagine.
E se sai farlo, con sapienza, è una meraviglia.
Da un po’ di tempo va di moda una certa oggettività nel raccontare le cose. Esseri secchi, oggettivi, controllare, usare pochi aggettivi, e dire le come come stanno.
E’ una cosa sana, in un paese dove non sai mai se stai leggendo una cosa “vera”, ma è altrettanto sano ricordare, come fa oggi Scarpa a proposito di Saviano, che la conoscenza del reale è una cosa complessa. La realtà non è una, e non è quella collettiva, ma esiste anche (e forse soprattutto) una realtà individuale. Ed esiste una profondità delle cose, delle esperienze, del reale, che solo l’invenzione, la fantasia, il racconto, il romanzo, sono in grado di restituire.
Fotografare, ovvero restituire un reale, “è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore” , diceva Cartier Bresson.
In questa frase c’è tutta l’ideologia della nostra epoca. Consiste in un’idea esclusivamente giornalistica della realtà, della vita, del mondo. I giornalisti, come dice la parola con cui si autodefiniscono, sono gli specialisti del giorno. La loro è una forma particolare di imporre il tempo: lo presentano in forma di ordine del giorno, lo giornalizzano, lo impaginano. [...]
La letteratura contrasta questa descrizione, questo tremendo falso ideologico che, con gli strumenti di una illusoria oggettività (illusoria perché impaginata, perché ordinata gerarchicamente), amplifica e rende reale l’ordine del giorno a forza di ripetizioni, grazie a un enorme apparato tecnoinformativo, onnipervasivo, che ribadisce e martella da mane a sera su pagine e schermi di ogni genere.