La comunicazione in rete

 

Questo tweet di Matteo Renzi ha avuto:

 

16.059 like
1.495 retweet
2.394 condivisioni.

 

A occhio,facendo qualche moltiplicazione: sono più o meno un milione e mezzo di persone che lo hanno visto.
(al netto della prima pagina di repubblica, telegiornali, eccetera, che sono venuti solo dopo, molto dopo)

Vale come lezione. E’ evidente.

Momenti di ordinario Social

Oggi a Milano mi seggo in metro, linea verde, passa la prima fermata e una donna si siede di fianco. Non la vedo in volto, vedo solo che è vestita in modo elegante ma non troppo, e comoda, da ufficio.
Appena si siede apre un iPad, e comincia a toccare con le mani, che sono mani di una donna sui 40. Apre facebook, e comincia a scorrere.
“I sogni vanno cercati, per poi essere presi”.
Like.
Scorre, qualche foto di cene, molti selfie, apre qualche foto, e clicca qualche like. Poi scorre ancora un po’, risale.
“Tre omicidi e non l’hanno ancora messo su una sedia elettrica? Che paese di merda!”.
Like.

 

Poi fa una cosa da esperti, ovvero apre il menu di sinistra, dove ci sono le pagine e i gruppi.
“Smart and fashion”, è il primo che apre. Ci clicca subito, cercava proprio quello.
Una lunga seria di foto di donne vestite. Non troppo alla moda o ricercate, ne troppo fashion. Eleganti ma comode, una specie di estetica da piccola borghesia senza pretese. Smart, pensa. Apre tutte le foto grandi, tutto schermo, e analizza con una certa accuratezza. Zoomando, qui e lì, a cercare il dettaglio di qualche bottone, o vai a capire.
Like.
Poi cerca fra le altre pagine a sinistra e apre “Sexy life”. Anche qui una lunga serie di foto di donne, non foto da studio, foto piuttosto normali. Ma stavolta meno smart, più sexy. E quindi giù un lungo elenco di intimo, scarpe, sottovesti, calze, eccetera. Cose piuttosto normali, niente di particolarmente erotico: giusto, qui e lì, qualche pallettes.
Like.
Poi chiude le pagine e i gruppi, torna allo stream in home.
Si imbatte in una foto di un foglio su una spiaggia. Su scritto “Mi piace pensare positivo”.
Like.
Chiude la custodia e infila in borsa. E’ la sua fermata.

 

Mentre la mia è un po’ più avanti, e ho giusto il tempo di fermarmi a guardare i giovani extracomunitari che affollano la metro. E pensare che hanno occhi belli e intelligenti e spero, un giorno, meno smart.

 

L’orgoglio del Comic Sans

Indovina un po’, Picasso, non tutti abbiamo settantatrè gradi di pesantezza come la baciami-il-culo Helvetica settata sul tuo Macbook Pro da diciassette pollici. Scusa se tutto il mondo non può essere fatto di quella trashata europea del severo carattere svizzero. Scusa tanto se a qualcuno piace divertirsi. Scusa tanto se intralcio la strada della tua minimalista, Bauhaus e fascista sagra della noia.
Forse ogni tanto dovresti toglierti il tuo dolcevita nero, smettere di modificare compulsivamente il tema del tuo Tumblr e provare una cazzo di volta a essere meno pesante. La gente mi ama. Perché? Perché sono divertente. Sono l’anima della festa.

Il resto della lettera d’orgoglio del Comic Sans (geniale) apparsa su Mc Sweeneys. Qui in italiano.

 

ps: che bello leggere su riviste supercolte cose così, scritte con questa libertà, leggerezza, fantasia. E con una lingua così.

I commenti, facciamoli temporanei

Ultimamente si parla molto del problema dei commenti diffamatori, volgarissimi, che infestano la rete (soprattutto su politici e politica). Oggi, un bellissimo scambio fra Mantellini e Serra.
Perchè più o meno, ogni 10 giorni, salta agli occhi un casus belli. Poco fa la giornalista dell’Unità presa di mira da un sessismo orribile, e nei giorni scorsi Bersani, a cui centinaia di persone hanno augurato la morte sulla pagina de Il fatto.
C’è chi vuole più regole, chi chiama in causa le piattaforme (facebook, su tutte), chi propone di togliere i commenti da alcuni siti, e insomma, ognuno ha la sua posizione.

 

A ben pensarci, se entriamo in un bar e qualcuno dice “spero che Bersani muoia”, non gli diamo peso, pensiamo sia il solito cretino, e passiamo oltre, mentre se lo leggiamo sulla pagina Facebook del Fatto ci risulta una assurdità. In primo luogo perchè è la pagina di un giornale, e nell’intelligenza collettiva un giornale è una cosa filtrata, e autorevole, il bar sotto casa no. Ma anche per un secondo motivo, più sottile, ovvero che è “scritto”, ed è scritto in un luogo pubblico. E nella nostra cultura, per millenni, quello che è scritto ha peso.
Scrivere “ti amo” su un muro era, da ragazzini, molto più forte che dirselo. E più forte persino che scriverlo sulla smemoranda. Perchè scrivere in pubblico è per qualche ragione il gesto più totemico, simbolico, evidente. Più persone passeranno di lì (il bagno della scuola) più persone lo leggeranno, e più lo scrivo grande, più le possibilità che resti nel tempo aumenteranno.

Questo è il sottile meccanismo per cui il web ha esasperato i “vaffa”. Perchè dirlo al bar è una soddisfazione minima, scriverlo su una pagina pubblica è una goduria. E questo è anche il sottile meccanismo per cui ci indigna: sentirlo al bar è lo sfogo temporaneo di un fesso, leggerlo sulla pagina social di un giornale è testo pubblico.

Eppure, la verità è che i Social sono testo parlato, valgono come chiacchiera, sono pieni di errori, slang, neologisimi, e modi di dire. Li usiamo pensando di parlare, non pensando di scrivere. E soprattutto li usiamo in una logica pubblico/privato molto ambigua, e imperscrutabile. Li usiamo come un bar, ma in fondo è un testo che rimane, esposto (senza che ce ne accorgiamo) all’orecchio di centinaia/migliaia di persone.

 

Gli adolescenti, che sono più avanti di tutti, si sono accorti che il web ha troppa memoria, è troppo scritto, e non ha nessun senso che un messaggio duri un eternità. Sono passati a Snapchat (un servizio di messagistica senza memoria, cancella ogni tot gli scambi), capendo che quell’archiviare e salvare chiacchiere e like era un controsenso. Mi piace una foto, te la mando, è una cosa che finisce nell’arco della giornata: la mia prossima fidanzata non dovrà saperlo.
E’ un modo di usare il vantaggio del testo con il vantaggio della parola, e viceversa. La velocità del primo, e la temporalità del secondo.
Insomma, i ragazzi hanno risolto così.

Forse è un idea strana, e stupida, ma sono convinto che se i commenti fossero a tempo, come la parola e come Snapchat, sarebbero molti meno i fessi a sbraitarci su. Molti meno si sentirebbero offesi. E molti meno chiederebbero l’intervento dell’arbitro. Che in rete, fortunatamente, non c’è.

 

 

Beyonce molto molto social

Il video con cui Beyonce ha lanciato a sorpresa il suo nuovo Album (sui social, e arrivato in 100 paesi primo in classifica in un giorno) è un video che dice molte cose su come è cambiato il nostro immaginario visivo negli ultimi dieci anni.
Sono 4 minuti di immagini, controimmagini, riprese vecchie, foto, colore bianco e nero, riprese di ogni tipo. Come si sarebbe detto in epoca postmodern: un patchwork. Ma a ben vedere non un patchowrk studiato, di cose prese dal passato che raccontano qualcosa, ma un patchwork di cose del tutto insensate, remixate velocissimamente, senza storia, o attenzione.
Lo guardi e pensi: sembra la timeline di Tumblr. Mischiate lì, come a caso, ci sono esperienze visive tutte diverse, prese da un alfabeto estetico random, e per lo più digitale. Pic sgranate, pezzi di riprese di telefonino, pezzi di video vecchi, registrazioni, tantissime gif, e persino foto ferme. Insomma, è una Timeline, a tutti gli effetti. Se apri tumblr, e cerchi #Beyonce, esce più o meno la stessa cosa.
Non è una notizia, ne una cosa che cambierà il mondo, ma è una specie di punto e a capo: la più grande popstar del decennio, per il video di lancio del suo album nel mondo, non veicola qualcosa sul web, ma produce una cosa che è web nella sua natura.
Tanto per usare una frase logora, e buona per tutto: il medium è il messaggio.

 

 

ps. questo è il video di 15 secondi lanciato su Instagram

 

Lo speciale di 50 persone speciali

E’ da poco uscito un bellissimo speciale sulle 50 persone più influenti secondo The Verge. Ve lo consiglio: è una selezione interessante, con delle illustrazioni bellissime.

Annoto che sempre più spesso un big dell’informazione americana fa uno uno di questi speciali sponsorizzato. Ovvero un sito ad hoc, su un contenuto ad hoc, e una grafica ad hoc. Di solito non è una cosa che si aggiorna, viene pubblicata finita, come un libro. O come gli speciali allegati ai giornali.

E’ una cosa che a mio modesto parere ha molto senso.

 

 

Per il giornale, che trova il pretesto per uscire dalla monotonia dell’aggiornamento quotidiano, produce un contenuto in forma e sostanza diverso dal solito, e offre ai suoi lettori qualcosa di distintivo.

E per l’inserzionista, che appare “speciale” rispetto alla litania dei marchi da banner, e quindi emerge, e soprattutto si mette sul petto una medaglina “qualità”, pagando per qualcosa che non sia semplicemente il suo prodotto. E questo, sempre a mio modesto parere, ha molta forza. (esempio: la forza comunicativa di Red Bull che sponsorizza tutto lo sport estremo, e non solo donne che bevono lattine).

Insomma, da qualsiasi punti di vista la guardi, è una cosa che funziona. Speriamo che presto si cominci a fare in Italia.

 

ps. Non la storia delle gonne sponsorizzato da Intimissimi, please.

Il web non genera mostri, i mostri ci sono

Della vergognosa immagine della “virtual lapidation” della giornalista dell’Unità si è detto già tutto, e ovunque.

Io continuo dopo giorni a pensarci, e continua a non tornarmi questa idea diffusa che il web tiri fuori il peggio del paese per decenni sopito. E che un leader pazzoide la incanali per convenienza.

È un idea che non mi convince, c’è poco da fare. Continuo a pensare che 30 anni fa, tanta rabbia, non esistesse. Non che esistesse chiusa nei tinelli delle periferie, e consumata negli screzi familiari. E che oggi sia aizzata da un mezzo, un movimento, un fuoco, che prende milioni di anime belle e le inferocisce come bestie da monta.

Se siamo onesti con noi stessi: non è il web che ha tirato fuori la barbarie, come fosse caduto un filtro della buon costume, né il Masaniello di turno a infocolarlo, ma un lunga serie di combinazioni economico/politiche che hanno reso le vite molto più difficili, molto più sole, e molto più propense alla rabbia.

Se alziamo la testa dal computer, e dalle nostre vite bene o male fortunate, lì fuori c’è davvero (ma davvero) un paese in condizioni disastrose. E al netto della nostra capacità di fare distinguo, analizzare, filtrare, è piuttosto vero che a grandi linee quell’impoverimento stia generando rabbia. E quindi cerca nemici (Europa, globalizzazione, politica, giornali, ecc).

Non è una cosa intelligente, o saggia, ma è ampiamente comprensibile.  Non è nata con il web, ne con Grillo, né con chissà cosa. Smettiamola di cercare un capro espiatorio. Quella mostruosità è un effetto di cause a cui siamo chiamati tutti. Nessuno escluso. E’ il mondo in cui viviamo, e tocca a chi è più lucido, e saggio, riportare tutti alla convivenza civile.

 

Il caro prezzo dell’informazione

In poche righe Luca Sofri spiega l’annosissima questione del perché oggi il giornalismo online fa una fatica boia.

 

Quello che è successo è che i giornali di carta perdono lettori e rilevanza, e quindi sono meno attraenti per la pubblicità; mentre i giornali online competono con un mercato di offerta di contenuti improvvisamente enorme (non solo con altri siti di news, ma con social network, videogiochi, siti i più diversi, che si trovano improvvisamente tutti nello stesso campionato) e in cui il valore delle inserzioni si è quindi enormemente abbassato, confrontato con quello che avevano sui giornali.

 

C’è da aggiungere che è abbastanza inspiegabile perchè online (soprattutto in Italia) il valore della testata ha smesso di fare economicamente tanta differenza. Il fatto che una pagina pubblicitaria sul Corriere valesse 10 volte una pagina su “Novella2000″, è stato per un secolo il motivo per cui il Corriere teneva a essere il Corriere, anche a scapito della tiratura. Avere una certa qualità giornalistica, significava tenere più bassi i numeri, ma più alto il nome, e quindi il prezzo. Per BMW essere sul Corriere aveva un ritorno di immagine diverso dalla sua presenza su Novella2000. Così come avere un prodotto in una vetrina di Montenapoleone è diverso che averlo alla Coop.
Mentre online, questo criterio si è quasi perso. Per l’inserzionista, ad esempio, uno spazio adv del Post costa costa sostanzialmente (e a seconda degli accordi) quanto può costargli su Giallo Zafferano, e quindi conviene il secondo, perchè genera 10 volte più visualizzazioni.
Si è creato uno strano  mercato in cui la domanda e l’offerta non hanno significative variazione di valore, ma solo di quantità. Ed  è chiaro che un gioco con queste regole è un gioco che penalizza tutti, tende al ribasso, inventa poco, e svilisce sia editori che inserzionisti.

Il criterio secondo cui avere il proprio marchio vicino a ilPost è molto diverso che avercelo di fianco ai crostini alla polenta, è il criterio attraverso il quale quella testata trova nell’alta qualità del suo prodotto le ragioni economiche della sua esistenza.
Ed essendo il suo prodotto l’informazione, tenerla alta, è un bene per tutti.

 

 

ps. su questi argomenti Luca Lani scrive da un po’, e ne vale la pena.